DIARIO D'AUTORI

Claudio • Mio il castello, mie le regole

Mio il castello, mie le regole almeno così credevo. Non mi accorsi della trasformazione fino a compimento conclusivo. Un paio d’anni dopo la separazione, mi sono ritrovato ad interpretare un ruolo differente dal mio. Per quanto mi ostinassi a voler credere che il rapporto con i miei figli, con cui non vivevo più, non sarebbe cambiato in niente, avvenne, invece, il contrario: nulla era più come prima. L’autorevolezza che mi ero conquistato con anni di amore e pazienza, giacché non condividevo più con loro lo stesso tetto, si era inizialmente appannata appena e poi offuscata in modo definitivo.

Ci volevamo bene come sempre, però, quando li redarguivo in merito a qualcosa, mi ascoltavano e obbedivano più per amore nei miei confronti che per adesione a quel che dicevo. Premetto, intanto, che non erano loro a venirmi a trovare nei giorni prestabiliti; abito fuori città e questo rende tutto problematico, ma ero io ad andare da loro, quando non c’era la madre, nella casa in cui avevamo vissuto tutti insieme e che ora condividevano solo con la genitrice.

E questo fa la sua bella differenza.

I programmi, e di conseguenza le priorità, all’interno del nucleo familiare, cui un tempo facevo parte, erano cambiati per necessità, e senza la mia consulenza o parere. Le incombenze che prima svolgevo, tanto per intenderci, erano a carico di qualcuno di loro e questo modificava molte cose, anche gli orari che scandivano le sane abitudini. Diveniva sempre più casuale, ad esempio, il ritrovarsi insieme a pranzo o cena, come succedeva una volta, e spesso cucinavo per tre mentre eravamo solo in due o viceversa. Altre volte non sapevo a che ora era stato portato fuori il cane o se avevano già provveduto a dargli da mangiare poiché non mi lasciavano nessuna comunicazione.

Il disordine nelle loro stanze, poi, mi portava a pensare che avessero dovuto fuggire dall’appartamento, per chissà quale motivo, tanto era impressionante il caos che regnava. Erano piccole sbavature, d’accordo, ma che lasciavano intuire come non ci fosse più una regia Avevo colto anche una certa permissività, riguardo ad alcune regole che avevano scandito la nostra precedente coabitazione, ma addebitavo questo fatto a quel mix di strani sentimenti che l’ex compagna manifestava nei miei confronti.

Ad ogni modo, il cercare di arginare quella forma di anarchia negli orari di studio pomeridiani o in quelli del riposo notturno o dell’ordine nelle camere, era divenuta un’impresa ardua. E così, per non voler apparire come il “rompiballe” che tornava lì solo a criticare, anche se vedevo quello che non funzionava nell’organizzazione casalinga, abbozzavo. Al massimo li richiamavo sul senso di responsabilità che avrebbero dovuto manifestare nei confronti degli altri componenti della casa. Ma non dicevo nulla di più poiché sapevo, infatti, l’atteggiamento di estrema tolleranza che la madre mostrava nei loro confronti, in quel momento, e mi adeguavo, quindi, a non alterare quella fragile armonia determinata dalla mia estemporanea presenza. Non credevo fosse giusto imporre le mie regole quando loro avrebbero dovuto rapportarsi, poi, con un’altra persona che, giustamente, essendo casa sua, avrebbe potuto modificarle. Sarebbe divenuta una situazione schizofrenica: con il papà si fa così, con la mamma in altro modo.

Insomma, erano ritirate, nemmeno piccole, dal mio ruolo di genitore che spalancavano ampi spazi alla “terra di nessuno”: quell’indefinito confine tra le prerogative della madre e quello del padre. Mi ripetevo sovente che non avevo più alcun diritto d’interferire con il loro stile di vita, anche se i risultati scolastici, altro esempio, erano precipitati a livelli notevolmente deludenti. Non addebitavo la colpa a nessuno, né a lei, era palese la fatica che faceva a gestire il tutto, né a loro che dovevano compiacere certe sue “convinzioni”.

I ragazzi usavano l’istinto di sopravvivenza.

Cercavano, infatti, poiché era più il tempo che trascorrevano con la madre, di sintonizzarsi sulla sua frequenza d’onda, più che sulla mia, apposta per evitare quelle incomprensioni che avrebbero generato frizioni, discussioni e malumori e che avrebbero reso la convivenza problematica.

E così il mio ruolo mutava inesorabilmente.

Divenivo, un giorno dopo l’altro, in un osservatore neutrale; non intervenivo direttamente e mi adoperavo solo a garantire che in casa non accadessero cose illecite, che si nutrissero e che ad una certa ora prendessero i libri di studio in mano. Il genitore con cui avevano condiviso più tempo negli ultimi venti anni, colui che si era alzato di notte a cambiargli il pannolino quand’erano piccoli, che gli aveva insegnato ad andare in bicicletta, cui si aggrappavano, quando facevano il bagno in mare, gridando allegramente che erano le sue cozze, cui avevano ripetuto per pomeriggi interi le lezioni, ebbene, lo stesso adulto ora diveniva un’altra cosa. Da genitore naturale, infatti, mi ritrovai convertito in altro; forse, in un moderno tutore che prestava servizio a giorni alterni e orari concordati.

La metamorfosi, purtroppo, s’era compiuta.

autore

Claudio Barbagallo-barbecoq

Claudio Barbagallo-barbecoq

Autore, creativo, padre separato di due figli, fondatore del gruppo Gli ammaccati (sentimentali). Autore di uno dei racconti di smALLholidays, il secondo titolo della collana smALLbooks, edita da Cinquesensi Editore in Lucca. Per il sito collaboro alla sezione “Diario d’autori”.

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