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Le amiche delle madri sole

Benedetta Silj
scritto da Benedetta Silj

Le amiche delle madri sole: esistono? Si esistono, grazie a Dio! Affettuose, deliziosamente imperfette, delicatamente sincere, non giudicanti, presenti quando e quanto possono nelle faccende pratiche, incoraggianti verso il futuro dei propri bambini. Tuttavia queste amiche sono rare. E le madri sole devono imparare tempestivamente a riconoscerle e a sceglierle, a modulare saggiamente le proprie richieste di vicinanza, a ringraziarle per questo miracolo della solidarietà femminile e a restituire loro cura e amore.

Imparare a distinguere tra amicizia e inimicizia femminile

Perché poche cose danneggiano, invece, la fiducia in se stessa di una madre sola ( e di ogni madre, in generale) come il veleno somministratole da altre donne quando queste sono, più e meno inconsciamente, aggressive e destituenti. In una parola nemiche travestite da amiche. La gravità del danno, in questi casi, non è causata soltanto dalla contingenza di una delusione affettiva amicale ma dal fatto che ogni donna aggressiva in cui noi abbiamo riposto una incauta fiducia farà echeggiare l’archetipo della madre negativa e rifiutante dentro di noi. Ci si ritrova piccole e inermi al banco degli imputati, stranamente colpevoli – per verdetto di una figura considerata affidabile – davanti al compito vertiginoso e immenso di far crescere un figlio senza l’aiuto del padre. Un tipo di costellazione emotiva di cui le madri sole non hanno proprio bisogno!

Traccerò, dunque, tre caricature di donne “incapaci di intendere la situazione in cui si trova la madre sola e di volerle bene”; e proverò, più oltre, a sintetizzare alcuni tratti psicologici delle amiche capaci di vera e sensibile solidarietà e alcuni criteri per riconoscerle e per ricambiarle, giacché senza reciprocità e parità, non si dà amicizia.

Gian Emilio Malerba, «Le amiche» (dettaglio), 1924 – Olio su tela, Collezione Mita e Gigi Tartaglino

Una premessa etica fondamentale

Prima di esplorare queste tendenze opposte e qui volontariamente estremizzate del femminile – alcune tremendamente negative e altre meravigliosamente positive – dobbiamo però accordarci nel considerarle come “parti” di ombra e di luce che appartengono potenzialmente a ciascuna di noi, a ogni donna, a ogni essere umano. Anche alla madre sola. Quel che determina alcune differenze sostanziali nei sentimenti e nei comportamenti amicali, infatti, è il ventaglio di risorse affettive di cui una donna ha potuto disporre sin dall’infanzia nel formarsi della sua personalità e a cui può attingere oggi, nella sua vita relazionale adulta. O, comunque, delle risorse e degli strumenti di consapevolezza che è riuscita a rendere disponibili, quale che sia stata la sua infanzia, attraverso un buon lavoro psicologico su se stessa. Nelle donne più forti e sane, e quindi più capaci di relazionarsi empaticamente alla fragilità della vita, le parti distruttive risultano sufficientemente depotenziate e “trattate” dall’esperienza della tenerezza, del rispetto e dell’amore ricevuti a livello familiare ma anche amicale o attraverso una buona relazione terapeutica. Nelle donne con una storia più deprivata e accidentata, invece, le parti aggressive possono prendere inconsciamente il sopravvento, anche a scapito delle altre donne, soprattutto se queste “altre” sono in una condizione di “minoranza” rispetto a stereotipi patriarcali di potere, di adattamento e di successo; si tratta, per dirla con una espressione dello psicoanalista Sandor Ferenczi, del triste fenomeno della “identificazione con l’aggressore”: nella fattispecie alcune donne, traumatizzate nell’infanzia proprio dai care-givers preposti a proteggerle, possono identificarsi inconsciamente con la figura persecutoria e anziché solidarizzare con il femminile vulnerabile lo svalutano e lo perseguitano, tanto più se si trova in una condizione di temporanea o strutturale debolezza; e ciò avviene non solo a scapito delle amiche ma anche delle figlie, delle nipoti, delle sorelle, delle cameriere, delle collaboratrici e delle colleghe di lavoro.

Vediamo, quindi, alcune vignette di questi diversi modi di intendere e testimoniare l’amicizia (e l’inimicizia) femminile per orientarci nella scelta e nella coltivazione delle alleanze più generative e più felici per una madre sola.

Federico Zandomeneghi

Arpia

Non così frequente, ma pericolosissima, è l’amica che da sempre ci tormenta. Magari ci si conosce dai tempi dell’adolescenza e, se facciamo un rapido esame di coscienza, ammettiamo che già allora aveva il potere di confonderci la mente restituendoci un’ immagine sempre perdente e svalutata di noi stesse. L’Arpia è narcisista, infatti, nel senso più funesto del termine, seduttiva e avvolgente sulle prime ma di fatto avvitata su se stessa, incapace di gioire della bellezza e della vitalità delle altre donne e di provare tenerezza per le loro difficoltà. Congelata emotivamente e scissa dai suoi bisogni affettivi – con ogni probabilità è stata una bambina in diversi modi maltrattata – è convinta che la vittoria sia una dimensione convenzionale di traguardi esteriori (matrimonio “importante”, figliolanza da esibire come trofeo, dimora di lusso, professione prestigiosa, patrimonio cospicuo) e per non scendere dal podio (cioè per non entrare mai in contatto con la propria vulnerabilità) è disposta, o peggio, ha la necessità compulsiva, di squalificare ogni altra donna.   L’amica divenuta madre sola (come ogni altra donna segnata da una vulnerabilità sociale visibile) rappresenta per lei, dunque, una occasione prelibata e irrinunciabile per gonfiarsi sul piedistallo e sferrare, da lì, i suoi attacchi feroci. Ricordo il caso di Bianca, una giovane madre sola molto in gamba e molto provata dalle sue fatiche quotidiane che aveva imprudentemente accettato l’invito a mandare in vacanza la sua figlia dodicenne presso la vecchia “amica” Giustina. Si conoscevano da vent’anni, Giustina aveva una meravigliosa casa al mare, un marito molto presente e due ragazzi della stessa età della sua: perché no? Era stata, anzi, gentile, molto gentile a invitarla e Bianca si diceva

già, come ho potuto pensare, in tutti questi anni, che non fosse la mia più cara amica?”.

Peccato che al quarto giorno della vacanza si sentì chiamare da Giustina che le ripeté più volte, al telefono, tra un aggiornamento e l’altro:

Certo tua figlia è strana, è molto strana”. “In che senso?” , chiedeva Bianca preoccupata, “la vedi triste? Non sta bene?”. “E’ strana”, ribatteva quella. “O forse non è educata? Non ti aiuta in casa?” azzardava Bianca. “No, no, sta bene ed è educatissima”, affondò infine l’Arpia Giustina “ma si vede che è una ragazzina cresciuta senza famiglia”.

Si, Giustina disse proprio così e non aveva null’altro da aggiungere. Bianca provò a sondare se Giustina avesse qualcosa di positivo da proporre: magari stava maldestramente cercando di aiutarla? Neanche per idea! Il verdetto era emesso ed era tutto.

amiche, Botero

Che fare in questi casi?

Bianca vacillò in cuor suo e, a mio parere saggiamente, accusò il colpo. Cioè non si lasciò pietrificare il corpo né confondere la mente e mise immediatamente in protezione se stessa e sua figlia andando a riprenderla con una scusa e interrompendo da quel momento in poi – senza alcuna giustificazione o spiegazione esplicita – ogni contatto con Giustina. Se la mente di un’ amica è dominata dalla parte Arpia, infatti, è meglio mettere una drastica distanza che esporsi ed esporre i propri figli – fosse anche per un’ora sola – al suo godimento perverso.

una familia, Botero

Mamma Italia (ma solo dei figli propri)

Infinitamente meno velenosa dell’Arpia, Mamma Italia è una “parte” da riconoscere con lucidità e da sdrammatizzare con intelligenza se predomina nella mente e negli atteggiamenti di un’amica. Convincerà la “madre sola”, altrimenti, a sentirsi una eterna “fuori casta”. E rinvigorirà i suoi sensi di colpa e di inadeguatezza per non avere una famiglia tradizionale con un marito al fianco. L’amica Mamma Italia si sente l’unica al mondo, infatti, ad avere il marito giusto, i figli giusti, la casa giusta, la famiglia giusta. Solo lei si ritiene degna dell’appellativo di madre e solo i suoi figli sono degni dell’appellativo di figli. Le altre donne in difficoltà arrancassero pure, non ne vuole sapere nulla e non le ispirano alcuna fiducia. Le percepisce anzi come “mezze matte” che se la sono cercata o che, comunque, non hanno saputo cavarsela. Non lo dice in modo diretto, forse neppure lo pensa in modalità cosciente. Ma ha il terrore della creatività e dell’invenzione soggettiva perché il suo “successo” personale è basato su un adattamento massivo allo stereotipo della “chioccia in regola”. A volte prova, suo malgrado, una stima sottile e perturbante per la madre sola che si industria a vivere oltre le gabbie dorate di questi modelli collettivi. Può gradire persino la sua compagnia e di tanto in tanto la invita a cena con i suoi figli…ma mai e poi mai a Natale o a Pasqua. Certo, perché le feste comandate si passano con i consanguinei viventi e se un’amica è stata così stupida da rimanere orfana e poi vedova, o comunque sola, bè… sono affari suoi e dei suoi figli e il problema non la riguarda. Che investimento amicale fare su Mamma Italia? Molto moderato e prudente. E’ fondamentale non aspettarsi tenerezza, dolcezza, comprensione profonda. Ma può essere un’amica affidabile e generosa nelle cose pratiche e superficiali, dalle ricette di cucina ai consigli pediatrici, agli accompagnamenti nelle attività sportive e scolastiche dei bambini. Attenzione, però: verso i figli della madre sola può essere, affettivamente, molto ambivalente. Da un lato, infatti, desidera esibire il suo infallibile “senso materno” e dunque può prodigarsi con attenzioni utili nonché appariscenti; dall’altro lato, però, muore dalla voglia di far risaltare le defaillance della madre vera e sola, quella che, al suo confronto e a suo parere, è una povera dilettante allo sbaraglio. Anche a proposito di Mamma Italia, ahimé, ho preso nota di qualche aneddoto attraverso i racconti di tante madri sole.

Certo che non mangi la carne…tua madre non te l’ha mai cucinata perché tu impiegavi ore a masticarla e lei aveva fretta”:

è una brava Mamma Italia che colpisce e affonda una bambina di nove anni ospite a pranzo da lei, bambina colpevole, evidentemente, di avere una madre sola che lavora.

Secondo esempio:

Che tristezza questo posto vuoto alla vostra tavola, manca solo il tuo papà!”

è una ragazzina, questa volta, a sferrare il colpo ferocemente sentimentale. Certo, è la figlia addestrata di una Mamma Italia da cui ha sentito commiserare e tingere a tinte fosche il destino dell’amichetta. La quale si mette a piangere, come è ovvio che sia, davanti al piatto di spaghetti, in un incredulo e confuso smarrimento.

la meninas, Botero

Algida

Che sia single o “accompagnata” la parte Algida è spietatamente fredda e risentita verso la maternità in generale e verso quella delle amiche (e delle sorelle) in particolare. Che seccatura infinita questi bambini! Lei vi ha certo rinunciato, recita convinta. Oppure, in alcuni casi estremi, Algida è anche lei genitrice biologica e magari teutonicamente efficiente nelle prassi di “allevamento e buona educazione”; ma nel segreto del suo cuore “non sente” alcun piacere nell’essere madre. E se le amiche regolarmente sposate e sinceramente amorevoli con i loro figli le possono talvolta suscitare un lancinante sentimento d’invidia le accade, al contrario, di proiettare sulle madri sole tutta la sua sprezzante ferocia e terrorizzata commiserazione. “Ma come le è venuto in mente (di fare un figlio da sola, di separarsi, di restare senza aiuti)?”, si chiede indispettita; e non trova altra risposta che questa: “E’ una povera incosciente sfigata”. Magari si reca (tirata a lucido) a farle visita a casa, dopo il rientro dal parto, e prova una inaudita irritazione che si propaga nell’atmosfera e che ferisce, impercettibilmente ma incisivamente, la sensibilità della “puerpera sola” e stanchissima. Per l’amica dominata dalla parte Algida, infatti, i bambini dovrebbero nascere autosufficienti e se non lo sono è colpa della madre che li vizia. Si tratta, con ogni probabilità, di un retaggio traumatico che riguarda la sua propria nascita e primissima infanzia; ma lei non lo ricorda e, difensivamente, non lo vuole certo ricordare ora! Pertanto diffida di questa ex- amica che si è trasformata ai suoi occhi in una specie di latteria semovente e ottusa che non risponde al telefono e che, se la vai a trovare per fare due chiacchiere, si lascia interrompere continuamente dai bisogni di un moccioso tiranno. Algida, in genere, abbandona o allontana stizzita le amiche che sono divenute madri sole. Altre volte si tiene a debita distanza e magari esprime il suo antico affetto con qualche regalo costoso. Ma difficilmente chiederà notizie del figlio o dei figli se non per ipocrita formalità; guai a condividere con Algida, del resto, le proprie inquietudini legate alla maternità solitaria: se ne esce a pezzi sul piano affettivo, giudicate sommariamente e cariche di prescrizioni normative per negare ogni diritto alla tenerezza, sia verso se stesse che verso i propri piccoli.   “Si deve rilassare da solo”, “Devi lasciarlo piangere finché non si addormenta”, “I passeggini esistono per non tenere in braccio questi marmocchi”, “Devi mollarlo al nido e riprendere al più presto il lavoro”, “Devi rimetterti in forma fisica, vai al più presto in palestra”, sono solo i segmenti zuccherati del frasario di Algida. Può giungere a dire, come è capitato a me: “Non sei più normale”!

Le bagnanti, Botero

Amiche care e fiducia di base

Poiché sono umane le amiche care non sono perfette. Contengono fisiologicamente una punta di Arpia, una spolverata di Mamma Italia e qualche brivido di Algida. Ma queste “parti” sono, in loro, sufficientemente riconosciute e depotenziate. Ovvero “dissuase” a compromettere il campo relazionale e tenero dell’amicizia. Qualunque sia la sua condizione di vita – single senza figli, madre regolarmente coniugata o, a sua volta, madre a geometria variabile – l’amica su cui si può davvero contare ha una caratteristica fondante: non teme il confronto empatico con la realtà della sofferenza e con le incertezze della vita. Quindi non ha pregiudizi cronici verso la condizione esistenziale della madre sola e dei suoi figli. E’ una donna che ha fatto i conti con le sue disillusioni e anziché amareggiarsi e irrigidirsi ne è uscita più dolce e più matura, più capace di accogliere la vita nelle sue imprevedibili perdite, bonacce e fioriture. L’amicizia, con una donna così, può nascere ed evolversi senza entusiasmi possessivi e senza colpi bassi, in un clima temperato di “fiducia di base”. Con questa espressione intendo qui la compresenza di almeno cinque condizioni relazionali reciprocamente testimoniate:

  1. la capacità di dare spazio e affetto pur mantenendo una differenziazione psicologica tra se e l’altra;
  2. la capacità di sentire la profonda dignità umana dell’amica, quali che siano state le vicissitudini che ha attraversato e che l’hanno portata a divenire una madre sola;
  3. la capacità di alleare la preoccupazione per l’altra con la preoccupazione per sé stessa;
  4. la capacità di tollerare gli eventuali fraintendimenti e superare le crisi che ne derivano;
  5. la capacità di vedere le risorse più vitali dell’amica senza stancarsi mai di rispecchiarle con delicatezza e fermezza.

Per accorgerci se siamo in presenza di una amica cara, di una vera amica, dunque, basta fare un chek del proprio stato interiore dopo che si è passata una giornata con lei:

  • mi sento “meno sola” come “madre sola”?
  • più presente a me stessa?
  • leggermente più fiduciosa nelle mie possibilità?
  • un tantino più pacificata con le mie inquietudini?
  • più gioiosa come donna?
  • più degna di stima di quanto pensassi? Ecco, se le risposte sono affermative, siamo state in compagnia di una vera amica.

Proteggiamo questo miracolo.


Immagine di apertura: disegno del pittore Carlo Ghechi

autore

Benedetta Silj

Benedetta Silj

Filosofa e mamma single, componente dell’Associazione PHILO pratiche filosofiche. Faccio parte della rete dei servizi convenzionati con l’associazione Smallfamilies®. Sono, con Carla di Quinzio, tra le ideatrici dello “Sportello per madri e padri soli”, iniziativa nata in partnernariato con Smallfamilies®. Per questo sito scrivo consigli/interventi/risposte/ per l’area “Corpo-Spirito-Mente”.

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