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Un papà in affido: Armando e Yaroslav PARTE 2

Sf storie
scritto da Sf storie

Sono arrivato all’associazione grazie ad un’amica. Una sua collega aveva avuto in affido un ragazzino già grande, rifiutato da altri genitori che si erano candidati ma alla fine avevano rinunciato. Lei mi racconta e mi dice: “Lo farei anch’io ma non posso. Serve una stabilità economica che non ho. Perché non lo fai tu?”

Per me è sempre stato un sogno. Era un desiderio forte. Ma pensavo che, essendo single, non si potesse.

Dopo qualche giorno mi richiama: “ho verificato. Si può. Ho parlato di te. Vogliono anche parlarti, se vuoi.” Così ho approfondito, sono andato, mi sono messo a disposizione, ho detto che avrei risposto sinceramente a tutte le loro domande. Ho dichiarato che il mio unico problema sarebbe stato logistico, perché lavoro e sono solo, visto che i miei familiari sono lontani, vivono in Puglia.

La cosa va avanti finché, dopo due mesi mi arriva un’email:

questa è la foto del tuo bimbo. Ciao Federica.”

L’emozione è stata incredibile. Me lo guardavo, sognavo. Sapevo di molte storie, difficili, complicate, ma ero talmente ottimista che non ci pensavo proprio. Ho saputo soltanto dopo che la direttrice dell’istituto non lo aveva mai mandato in Italia perché temeva lo avrebbero rispedito indietro.

Credo addirittura che affidare lui a me, single, quindi padre solo, senza madre, sia stato quasi un fatto punitivo, proprio perché lui era l’ultimo della lista. Persino alcuni bambini “rifiutati” erano stati rimandati di nuovo in Italia da altri genitori. Lui invece non partiva mai.

Erano anni che vedeva gli altri bambini partire, mentre lui era costretto a restarsene lì, ribelle e inafferrabile. Era quindi tale il desiderio di venire in Italia che aveva accettato anche il padre solo, senza mamma.

Prima che arrivasse, tutti mi dicevano:

vedrai, è proprio carino… E io pensavo: ma perché lo conoscono tutti? Perché era quello che rimaneva.

Quando sono andato all’istituto la prima volta, la direttrice mi ha detto:

tu grande padre. Certo, dico io: “sono grosso.” “No no, grande padre per lui. Visto il video in cui cammina vicino a te. Mai fatto prima con nessuno. Prima rospo. Ora sembra principe d’Inghilterra.”

Oggi faccio parte del collettivo dell’associazione. La mia visuale include quindi non solo il rapporto con lui, ma anche tutta la realtà che gira intorno all’orfanotrofio. Mi confronto con molte mamme, con altri genitori. Vado saltuariamente a verificare le condizioni dell’istituto in Ucraina. E ho purtroppo scoperto, preoccupandomi un po’, che negli anni sono state pochissime le relazioni andate effettivamente in porto.

È capitato spesso che molti genitori qui, al compimento dei 18 anni, avrebbero avviato le pratiche di adozione vera e propria, le pratiche per il permesso di soggiorno etc. ma che i ragazzi non hanno voluto. La sensazione forte è che non siano legati alla famiglia – che nella maggioranza dei casi li ha abbandonati – ma alla patria. Charmet li chiama profughi d’amore. A loro manca l’amore ma non il legame con la loro terra. Così a volte escono, decidono di rimanere in Ucraina e, rafforzati dal nostro amore, si sentono in grado di affrontare tutto, compresa la famiglia biologica. Ma non sono abituati a gestirsi, e il 90% fa una brutta fine, unendosi alla delinquenza locale.

Papà, guarda che io ti ho scelto anche senza vederti in fotografia”.“E pensi di aver fatto una buona scelta?” “Sì. Papà mi devi riprendere il prossimo anno… Non fare il monello.”

Per un paio d’anni ha temuto che potessi rinunciare a lui. Il terzo anno ha svoltato. È entrato in casa con una sicurezza unica e ha anche iniziato a fare dei capricci da bambino.

Sono certo che diplomazia, acume, gentilezza, tutto, gli sia arrivato dalla scarica di amore che ha avuto. L’ho fatto sentire forte e lui è partito, dandomi tantissime soddisfazioni. Io pensavo di avere un’idea distorta di lui, da padre innamorato. Invece, me ne accorgo, è davvero amatissimo da tutti.

Nel nostro condominio a Milano vivono ad esempio due signorine piuttosto arcigne che requisiscono il pallone ai bambini dicendo che in cortile si deve giocare solo con la palla di spugna e che ci sono gli orari da rispettare. Lui è riuscito a conquistarsi persino loro. Un giorno mi affaccio e lo vedo giocare in cortile con il pallone da calcio.

“Che stai facendo?” gli urlo. E le signorine che lo stavano guardando: “Non c’è problema, lo badiamo noi. Lui è bravo. Non tira la palla troppo forte. È proprio educato.”

Insomma, ci sa fare con tutti. In particolare con i nonni, i miei genitori, e tutta la famiglia.

Quando ho preso la decisione dell’affido, l’ho comunicato telefonicamente alla mia famiglia. La prima cui l’ho detto è stata mia sorella. Risposta: “hai fatto benissimo, se è quello che vuoi.”

A seguire, mio padre: “incosciente, come farai da solo?” Ha avuto paura che io non ce la facessi, È talmente importante per lui la paternità che non mi vedeva preparato.

Mia madre invece ha temuto che ogni anno avrei avuto in affido un bambino diverso.

Per loro non è stato immediato capire che il mio intento con lui è di fare un percorso di vita. In ogni caso, quando si sono conosciuti, dopo alcuni mesi, li ha letteralmente ammaliati.

In Italia, Yaro non ha trovato solo un padre. Ha trovato una famiglia, zii e nonni da cui ha avuto una valanga di affetto. C’è stata la rottura di una diga. Di amore, affetto, attenzione.

E insieme a loro c’è anche Maria, la signora che dà un aiuto domestico. Anche lei è senza figli e anche lei si è innamorata di Yaro. Quando lui bacia i nonni, bacia anche lei.

Un giorno addirittura, questo bambino sensibilissimo sotto la scorza dura, voleva dare dei soldi a Maria, perché aveva lavorato per lui, aveva pulito e messo in ordine le cose della sua camera: E lui pensava che non fosse stata pagata. Gli è stato allora spiegato che Maria viene pagata a fine mese.

La mia famiglia vive ad Ostuni, in Puglia, quindi li vediamo in agosto, quando io ho le ferie, e durante le vacanze di Natale.

Yaro ha portato nella nostra famiglia – dove non ci sono altri bambini perché neppure mia sorella e mio fratello hanno figli – una vitalità che non c’era più, unita alla voglia di ripristinare le tradizioni, fare Natale insieme etc

Lui ha portato un clima incredibile, è stato come un uragano che ha spazzato via tutti i nostri non detti e le ruggini di anni. Al primo Natale insieme c’erano mille addobbi, regali, pacchi.

Lui non sapeva ancora leggere e quindi io leggevo per lui. “Qui c’è scritto Yaro, anche qui Yaro, Yaro, Yaro…”

Ovviamente c’erano mille regali per lui, e lui non ci poteva credere.

Papà, perché sono zii a me?”

Un salto troppo grande per un bambino abituato ad essere solo un numero in un Istituto che lo ha sempre castrato.

Quando io parlo di lui alla direttrice ucraina, gli racconto di come si è affezionato, dell’affetto, dei baci, lei pensa che io menta. Il Gianburrasca che loro conoscono qui si trasforma e loro non ci possono credere. Il bambino differenziato, di cui vergognarsi, mai dato in affido, qui si rivela con una delicatezza e sensibilità che lascia tutti di stucco.

Mia mamma, che è sempre stata una donna piuttosto anaffettiva, lo vuole abbracciare, stringere, è quasi gelosa di me. Io la guardo e non la riconosco.

È quasi gelosa che io e lui abbiamo un rapporto così stretto, fisico.

“Perché di sera non esci e mi lasci il bambino?” Io le rispondo sempre che no, che è mio figlio, che voglio stare con lui.

Però di giorno lo porta in giro e lo presenta, orgogliosa: “ecco mio nipote.”

E lui pure è tronfio, anche perché questa nonna è molto più vecchia della babushka ucraina ma sembra molto più giovane, va in giro tutta ben vestita, truccata, e soprattutto guida la macchina. E lui la fotografa perché la babushka ucraina gli dà del bugiardo. Non crede che una donna a 83 anni abbia la macchina e guidi.

“Nonna, mi pettini? Mi metti il gel?”

Lui è ordinato, le chiede di fargli la riga. E lei gli fa queste acconciature, lo presenta tutto laccato. Lui e lei sono uguali. Mai una cosa fuori posto.

A Ostuni Yaro ha visto il mare per la prima volta, ha imparato a nuotare, a fare i tuffi, e a comportarsi in modo super educato, anche a tavola.

In famiglia noi siamo tutti diversi, potremmo definirci antesignani dei talk show, intavoliamo discussioni estreme, virulente, con divergenze su tutti i fronti, che alla fine si placano, si risolvono, anche se ognuno rimane della propria idea.

Yaro si è ritrovato un po’ in mezzo a tutto questo, nonostante cerchiamo di evitare o trattenerci. Così una volta, punzecchiato, ho risposto loro: “scusate, voi siete stati dei professori fantastici, ma come genitori… non avete da insegnarmi nulla.”

Mio padre ha incassato, ma era evidentemente piuttosto risentito.

Yaro: “papà vieni di là.” “Che cosa vuoi?” gli rispondo, un po’ nervoso. “Papà, perché fai così con nonno? Tu sei mio papà e mi hai detto che non ti devo rispondere male. E lui non è tuo papà? Perché gli rispondi? Tu stavi per far piangere nonno. Tu mi hai spiegato che quando si sbaglia si deve chiedere scusa. Ora tu gli chiedi scusa.”

E così, per il figlio l’ho dovuto fare. Ho chiesto scusa a mio padre per la prima volta a 58 anni.

“Papà scusa, forse sono stato sgarbato.” Mio padre mi ha guardato attonito. Mia madre, rivolta a mio padre: “ecco come arrivano le trombe d’aria d’estate. Tuo figlio che ti chiede scusa. Ci sarà il diluvio universale.” E io: “per i figli si fa anche questo.” Mio padre: “Ce l’ha mandato Dio. Un nipote educato.”

Un giorno mio padre l’ha portato in campagna, dove c’è una casa antica di famiglia e dove mio padre ha un grande frutteto che cura con passione da anni, con alberi da frutta locali ma anche molto particolari, non autoctoni, comprati e piantati negli anni in modo da avere tante tipologie di frutti con maturazione in periodi differenziati.

E Yaro lo ha aiutato. È stato di una bravura incredibile. Perché vuole sentirsi utile e dimostrare di saper fare.

“Yaro, un domani lo farai tu, quando non ci sarò più.” “Nonno, perché devi morire?”

In questo modo, abbiamo avuto uno spunto per parlare anche di questo.

Me l’hanno consegnato magro, ossuto e con le occhiaie.

L’ho riconsegnato felice, roseo e paffuto. Biondissimo. Pensavano persino che gli avessi tinto i capelli.

In casa c’è appesa una foto che ci ha scattato un’amica. L’ha intitolata “complicità”.

 

 


L’associazione I bambini dell’est è una Onlus nata nel 2010, costola dell’associazione Černobyl’ 2000, attraverso la quale i bambini delle zone colpite dalla radioattività potevano venire in vacanza in Italia, per ragioni sanitarie. Fanno capo all’associazione coppie coniugate, conviventi, e single residenti in Italia, che accolgono periodicamente, in affido temporaneo, oltre 90 bambini e ragazzi provenienti da una decina di orfanatrofi ucraini con l’intento di diventare un punto di riferimento affettivo concreto e positivo nel loro percorso di crescita, aiutandoli a crescere e ad attraversare pubertà ed adolescenza con una rete di protezione affettiva. Il periodo di ospitalità è di circa 120 giorni all’anno, di cui tre mesi circa dall’inizio di giugno alla fine di agosto (accoglienza estiva) e 30 giorni circa da metà dicembre a metà gennaio (accoglienza invernale). Il periodo di lontananza viene colmato da contatti telefonici, epistolari, visite in Istituto e invio di pacchi. I bambini sono quasi tutti orfani oppure hanno un solo genitore o anche entrambi ancora in vita, ai quali però è stata tolta la patria potestà perché alcolizzati, drogati, in prigione o per abbandono dei propri figli.Il rapporto con i genitori affidatari italiani può naturalmente portare a una vera e propria adozione, dopo il compimento dei 18 anni.

 

 

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