Progetto Oltre la pandemia STORIE

Abito un balcone fiorito. Cristina (con Momo)

scritto da SF storie

Abito un balcone fiorito e sono la mamma separata di un bambino di 10 anni, abito a Milano.

Il papà di mio figlio è tornato in Senegal quando lui aveva 1 anno, e dunque non è mai potuto essere di sostegno.

La mia mamma vive a Milano, il mio papà è mancato nel 1990, mio fratello abita in Belgio, il resto della famiglia tra Bologna, Brescia, Roma e mezzo mondo.

Questo tema dell’abitare è stato importante durante la pandemia: chi era lontano viveva le notizie con più ansia, chi era vicino ha smesso di vedersi per molto tempo ma condivideva le informazioni più facilmente.

Io e mio figlio abitiamo in una casa luminosa di un condominio nuovo alla periferia nord di Milano, e abbiamo un grande balcone: stare chiusi in casa è stato difficile, ma meno di quanto lo sia stato per molte altre persone.

E anche la gestione della quotidianità si è, in realtà, improvvisamente semplificata: niente corse, rincorse, dimenticanze, incastri. La noia è stato il problema maggiore di mio figlio, ma ci siamo attivati sostituendoci alla totale assenza della scuola, e abbiamo, con altri genitori, organizzato lezioni a distanza molto interessanti e laboratori divertenti; con una mia zia, Momo ha preso lezioni di pianoforte; con la nonna giocava a tombola, con un amico a scacchi. La vita dentro uno schermo può essere una risorsa, almeno temporaneamente. Per noi lo è stata.

Più difficile è stato gestire l’aspetto emotivo, sopra ogni cosa la paura di ammalarmi in relazione al fatto che non avevo nessuno cui affidare mio figlio. E la nonna non era un’opzione.

Una paura enorme, che diventava oneroso ma necessario nascondere a lui, che già viveva una situazione emotivamente complicata: prioritario è diventato non trasmettergli più inquietudine di quanta già non ne trasmettesse il mondo là fuori.

Una paura perfino più grande di quanto fosse realistico aspettarsi, che però è stata il mio problema maggiore.

Fantasticavo un abitare diverso, io che non ho mai pensato di voler vivere nell’orbita famigliare: una casa di corte con nonni, zii, cugini tutti insieme: era un’immagine ricorrente.

Una tensione costante nell’inventare soluzioni che distraessero me dai pensieri complicati e mio figlio dalle mie paure.

Il nostro balcone è fiorito di cure inedite, abbiamo seminato girasoli e coltivato mirtilli. Abbiamo sentito la musica dai condomini vicini e guardato con un sorriso la ragazza che in strada ha intonato “Fratelli d’Italia” ogni sera per giorni. Siamo usciti per fare la spesa fregandocene di chi ci ha urlato che bisognava stare a casa, o di chi al supermercato chiedeva spudoratamente perché non lo lasciassi a casa (“perché sarebbe abbandono di minore” rispondevo con un sogghigno): mentre io facevo la coda per entrare lui correva nel parcheggio deserto “per allenarmi, mamma!” . Ci siamo sperimentati nel cucito per inventare le prime, orribili, mascherine di stoffa; siamo scesi nei garage per giocare a pallone, incrociando a volte qualcuno che provava a fare lì la corsetta mattutina.

I primi tre mesi, quelli dell’impatto brutale della pandemia, sono stati tutto sommato mesi tranquilli.

Le difficoltà strutturali sono venute dopo, ma abbiamo superato anche quelle.

Quando le continue aperture e chiusure, le regole isteriche che cambiavano ogni minuto, la scuola che ha reagito in maniera rigidissima proibendo ai bambini cose estreme (tipo giocare a palla in cortile, perché potevano contagiarsi con i passaggi o parlare a mensa perché avevano le mascherine abbassate) e un generale messaggio che diceva “non sappiamo quello che stiamo facendo”, hanno messo tutti di pessimo umore.

Meglio di altri, in due ce la siamo cavata: per noi non ci sono stati grossi impatti da convivenza (eravamo solo noi due anche prima e a contatto stretto anche prima), la casa ci poteva contenere entrambi, l’organizzazione e i cambiamenti erano più semplici rispetto a chi si trovava a gestire incertezze e fatiche tra più adulti e più bambini. Ancora una volta abbiamo dribblato le fatiche peggiori, e la paura di ammalarsi è calata con le vaccinazioni.

Sono passati due anni e per me l’impatto peggiore arriva ora: come se mi fosse scesa l’adrenalina che sostiene il corpo e la mente durante una situazione di pericolo, ora mi sento svuotata e sola; adesso che si può uscire io non ne ho più voglia, ora che si può viaggiare io sto meglio a casa mia. Ora sento la mancanza di un compagno, e non la sentivo da anni né l’ho sentita durante la pandemia.

Quel balcone dove abito, dove abitiamo, che ci ha tanto aiutati nei momenti più difficili, ora accoglie la mia fatica e il mio riposo, in attesa di essere pronta di nuovo, anche io, a uscire là fuori.

autore

SF storie

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