Anche quest’anno, in prossimità della Festa della Mamma, esce la nuova edizione del Rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026”, elaborato dal Polo Ricerche di Save the Children. E c’è molto poco da festeggiare.
Questa edizione, l’XI per la precisione, segnala per la prima volta un peggioramento della situazione lavorativa delle madri in tutte le Regioni: aumentano le dimissioni delle donne con figli da 0 a 3 anni; le madri con figli in età prescolare che lavorano sono solo il 58,2%; crescono i contratti a termine.
La maternità continua dunque a penalizzare le donne nel lavoro, nei salari e nelle opportunità di carriera, mentre il calo delle nascite prosegue.
Secondo il Rapporto, quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni ritiene di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio.
Il fenomeno centrale è la cosiddetta “child penalty”: dopo la nascita di un figlio, le carriere di uomini e donne si separano. I padri tendono a essere favoriti professionalmente, mentre le madri subiscono penalizzazioni economiche e occupazionali, fino a una riduzione salariale del 30% nel settore privato. Alla base di questa disuguaglianza c’è soprattutto la distribuzione squilibrata del lavoro di cura familiare.
Le giovani generazioni sono molto consapevoli di queste difficoltà e spesso rinviano o rinunciano alla maternità per paura di perdere stabilità economica e lavorativa. Diventare madre prima dei 30 anni è ormai raro, e molte donne under 35 lasciano il lavoro dopo il primo figlio.
Secondo la demografa Alessandra Minello, il problema principale è la mancanza di un welfare adeguato: non bastano gli asili nido, ma servono sostegni economici, servizi continuativi e maggiore autonomia abitativa per i giovani.
Il desiderio di avere figli resta comunque alto: oltre l’80% dei giovani tra 18 e 24 anni vorrebbe diventare genitore. Tuttavia, questo desiderio si scontra con condizioni economiche e sociali che rendono difficile trasformarlo in realtà. Per migliorare la situazione, il rapporto sottolinea la necessità di redistribuire in modo più equo il carico della cura tra uomini e donne.
Il Rapporto evidenzia anche come molti giovani desiderino avere figli, ma ne rimandino la scelta per motivi economici e lavorativi. Cresce inoltre l’emigrazione delle giovani donne, soprattutto dal Sud verso il Nord o all’estero.
Alcuni dati in breve:
In Italia nascono sempre meno bambini: nel 2025 circa 355 mila, con un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna, sotto la media europea. L’età media al primo figlio sale a 32,7 anni.
Quasi una donna su quattro tra 25 e 34 anni ritiene di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio.
La maternità comporta una forte penalizzazione economica: nel settore privato le madri possono perdere fino al 30% del salario dopo la nascita di un figlio.
Avere figli aumenta l’occupazione maschile ma riduce quella femminile: lavora il 92,8% dei padri con figli minori contro il 63,2% delle madri.
Le differenze territoriali sono molto forti: il tasso di occupazione delle madri supera il 70% al Nord ma scende sotto il 46% nel Sud.
Il livello di istruzione protegge maggiormente le donne: lavora l’85,4% delle madri laureate contro il 37,7% di quelle con bassa scolarità.
Molte donne lavorano part-time, spesso involontariamente, e aumentano i contratti precari.
Le giovani madri sono tra le più penalizzate:
La maternità sotto i 30 anni è sempre più rara.
Nel privato, il 25% delle madri under 35 lascia il lavoro dopo il primo figlio.
Tra i giovani, i padri lavorano molto più delle madri: con due figli o più è occupato l’83,7% dei padri contro il 23,2% delle madri.
Tra le madri tra 15 e 29 anni, oltre il 60% è NEET (non studia, non lavora e non è in formazione).
L’Indice delle Madri
Ogni anno il Report include anche il Mothers’ Index, realizzato con ISTAT, che confronta le Regioni italiane per condizioni di vita delle madri attraverso sette dimensioni: demografia, lavoro, rappresentanza, salute, servizi, soddisfazione soggettiva e violenza.
Se negli anni 2022, 2023 e 2024 la prima posizione era occupata dalla Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen, seguita dall’Emilia-Romagna, nel 2025 la situazione si inverte: l’Emilia-Romagna è al primo posto, seguita da Bolzano/Bozen e dalla Valle d’Aosta.
Nel Mezzogiorno, per il quarto anno consecutivo, il quadro resta complessivamente stabile e su livelli inferiori alla media nazionale. L’Abruzzo è al quattordicesimo posto, primo tra le regioni del Sud. Gli ultimi tre posti sono occupati da Basilicata, Puglia e Sicilia.
Servono politiche strutturali per sostenere la genitorialità:
lavoro stabile;
servizi per l’infanzia più accessibili;
sostegni economici;
congedi parentali più equi tra madri e padri;
maggiore condivisione della cura familiare.
In questo quadro così desolante, dietro a questi numeri che raccontano una crisi ormai permanente, ci sono – e non dobbiamo mai dimenticarlo – molti genitori soli, troppo spesso lasciati ad affrontare senza sostegno la fatica di crescere i figli, stretti tra responsabilità familiari, lavoro precario e assenza di supporto.
NOTA:
La versione integrale del Rapporto “Le Equilibriste”, infografiche e testimonianze sono disponibili QUI

