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Catherine Dunne, La metà di niente (In the Beginning, 1997)

scritto da Laura Lombardi

Ci sono libri che invecchiano. Altri che continuano a parlarci. Buona estate, con un libro che, a quasi trent’anni dalla pubblicazione, non mostra una ruga.

 

A raccontarla così, la trama sembrerebbe persino banale: una donna viene lasciata dal marito dopo vent’anni di matrimonio; attraversa lo smarrimento, la rabbia, il dolore e infine riesce a costruire una nuova consapevolezza di sé.
Quindi, perché scrivere oggi de In the Beginning, il romanzo d’esordio di Catherine Dunne, ambientato nell’Irlanda degli anni Ottanta, a quasi trent’anni dalla sua uscita (1997)?

Perché si tratta di uno di quei romanzi che il tempo non riesce a consumare.

La vicenda ruota attorno a Rose Doyle, moglie e madre di tre figli, il cui universo domestico viene improvvisamente sconvolto quando il marito Ben decide di chiudersi la porta alle spalle per sempre. Non dopo una lunga crisi, non al termine di un confronto doloroso, ma con la disinvoltura di chi considera la propria scelta un fatto acquisito. Vent’anni di vita comune vengono liquidati come una fastidiosa pratica da archiviare. Ben se ne va e lascia dietro di sé una donna che, all’improvviso, si scopre priva delle coordinate attraverso cui aveva interpretato la propria esistenza.

Non è un caso che l’edizione italiana abbia scelto come titolo La metà di niente, un’espressione paradossale che restituisce con precisione il senso di amputazione identitaria che travolge Rose quando scopre che la vita attorno alla quale aveva costruito sé stessa non è più sufficiente a definirla.

Si tratta di una storia per molti versi già letta. Eppure.
Eppure il romanzo ti aggancia e non ti molla più proprio perché Catherine Dunne non cede alla tentazione di una visione manicheista.
Sarebbe stato facile costruire Ben come un antagonista da melodramma, come una figura apertamente detestabile. Ben invece non è costruito come un mostro. Al contrario, incarna una normalità maschile che per lungo tempo è stata considerata perfettamente accettabile.
Ben non è apertamente “cattivo”. Semplicemente dà per scontato che i propri desideri abbiano la precedenza. Il suo egoismo non è spettacolare, ma quotidiano. Non è scandaloso perché socialmente tollerato. È l’egoismo di chi considera il lavoro emotivo, organizzativo e affettivo svolto dalla moglie come una risorsa naturale, inesauribile e soprattutto scontata. Di chi non vede il sacrificio perché è abituato a beneficiarne.
È proprio questa assenza di mostruosità a rendere il personaggio credibile.
Ben non rappresenta l’eccezione patologica; rappresenta una mentalità. Un modello di maschilità che per decenni non ha avuto bisogno di imporsi con la forza perché era già sostenuto da un sistema di aspettative sociali costruito a propria misura.

Il vero “antagonista” del romanzo non è Ben, ma il sistema di valori che ha convinto Rose a coincidere interamente con il proprio ruolo di moglie e madre. Più che denunciare un uomo sbagliato, Dunne mette a fuoco modelli culturali talmente radicati da sembrare naturali.

Rose potrebbe sembrare infatti una figura appartenente al passato. In realtà continua a risultare familiare. Certo, il nostro mondo (occidentale cosiddetto) è cambiato. Le donne studiano di più, lavorano di più, dispongono di maggiori possibilità di autodeterminazione. Tuttavia il lavoro invisibile della cura continua a essere distribuito in modo tutt’altro che equilibrato. Ancora oggi sono spesso le donne a sostenere il peso dell’organizzazione familiare, della gestione delle relazioni, dell’attenzione ai bisogni altrui, di quella manutenzione emotiva senza la quale la vita quotidiana semplicemente non funzionerebbe.
Per questo la storia di Rose non appare come il reperto di una condizione superata. Al contrario, è una storia che illumina una questione ancora aperta: che cosa accade quando una persona ha imparato a misurare il proprio valore soprattutto attraverso la propria utilità per gli altri?

La risposta di Dunne non assume mai i toni del manifesto ideologico. La sua scrittura procede per accumulazione di dettagli, osservazioni minime, piccoli gesti quotidiani. Uno degli aspetti più intriganti del romanzo è proprio la capacità di trasformare l’ordinario in materia narrativa. Le cucine, le stanze della casa, le liste della spesa, i silenzi durante i pasti, le incombenze domestiche: tutto ciò che normalmente sfugge all’attenzione viene osservato con una precisione quasi chirurgica.
È una scrittura che non cerca l’effetto e tuttavia lo scatena. Non alzando la voce, ma abbassandola. Attraverso un mezzo tono costante, a tratti un sussurro. Dietro questa apparente semplicità si nasconde un controllo assoluto del ritmo, del lessico e del dettaglio. Nulla è lasciato al generico.
La forza del libro sta esattamente in questo: nella qualità dello sguardo. Dunne possiede la rara capacità di restituire peso e densità a ciò che generalmente viene considerato irrilevante. Le sue pagine sono abitate da una cura quasi ostinata per i dettagli psicologici, per le sfumature emotive, per quei movimenti interiori che spesso precedono qualsiasi cambiamento visibile.

In diverse interviste Catherine Dunne ha spesso insistito sull’importanza di dare spazio alle esperienze femminili e di raccontarle nella loro complessità, lontano dagli stereotipi. Le sue protagoniste non sono eroine esemplari né vittime sacrificali. Sono donne comuni costrette a ridefinire la propria identità quando le certezze sulle quali avevano costruito la loro vita vengono meno. Rose è il primo e forse il più emblematico di questi personaggi. La sua trasformazione, infatti, non passa attraverso gesti clamorosi. Non diventa improvvisamente un simbolo di emancipazione. Non compie rivoluzioni. Fa qualcosa di molto più difficile: impara gradualmente a esistere senza chiedere continuamente conferma della propria esistenza agli altri.
È qui che il titolo originale rivela tutta la sua forza.
“In the Beginning” non indica semplicemente l’inizio di una nuova vita dopo una separazione. Indica l’inizio di un lento processo di consapevolezza. E il romanzo ci calamita alle sue pagine anche perché quel percorso continua a interrogarci, perché individua una crepa che il nostro tempo non ha ancora rimarginato.

autore

Laura Lombardi

Scrittrice, con un passato televisivo. Coordinatrice dell’area culturale ed eventi. Madre separata di una figlia, sono curatrice, insieme con Raethia Corsini, del progetto smALLbooks. Per il sito scrivo per la sezione “Magazine” e “Diario d’Autori”. Condivido con Giuseppe Sparnacci il progetto “Riletture in chiave smallfamily”.

Sono nata nel 1962, scrivo e ho un’unica adorata figlia nata nell’anno 2000. Con Susanna Francalanci ho scritto alcuni libri per ragazzi pubblicati dall’editore Vallardi e il giallo Titoli di coda, per Eclissi editrice. Per parecchi anni ho lavorato come autrice televisiva, soprattutto in Rai, soprattutto con la vecchia RaiTre. Prima ancora c’era stato il periodo russo, quello in cui ho frequentato Mosca, l’Unione Sovietica e la lingua russa.Il canto, la ricerca attraverso il suono e la voce, il tai chi, sono gli strumenti privilegiati con cui mi oriento. Amo camminare, soprattutto nel silenzio denso di suoni dei boschi dell’Alta Valmarecchia, dove ho la fortuna di avere una casa che saltuariamente apro per ospitare incontri, corsi e altre iniziative: Croceviapieve. Vivo il progetto Smallfamilies come parte fondamentale del mio percorso evolutivo.

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