La storia
Dimmi di te di Chiara Gamberale è, fra le altre cose, la storia di una madre e di una figlia.
La bambina ha cinque anni, vive con la madre e vede il padre due volte al mese, quando lui viene nella città in cui abitano. Quando arriva, i tre stanno insieme nella stessa casa. La madre ha bisogno di esserci, di sapere, di controllare. Perché, certo, quando si è sempre in due, il rapporto può diventare simbiotico, quasi inevitabilmente.
Inoltre: la madre ha lasciato il quartiere in cui viveva a stretto contatto con i suoi amici ed è tornata a vivere vicino ai propri genitori, perché ha bisogno del loro aiuto. Di nuovo, sì, ovvio, quasi naturale.
Sua madre le fa trovare vaschette di alluminio con cibo pronto da scaldare. Sono aiuti concreti, affettuosi, probabilmente indispensabili. MA.
Ma quella scelta significa anche rinunciare a qualcosa, anzi, a molto: lei stessa definisce il nuovo quartiere Triste.
Domande
Una domanda che abbiamo posto molte volte, a molte donne – soprattutto – e che ci siamo poste retrospettivamente è: come sei riuscita a crescere una figlia (figlio) da sola (solo)?, soprattutto alla ricerca di una risposta alle infinite sotto-domande che ne derivano, tra cui: come fare a non farle pesare le proprie scelte, anche quando quelle scelte sono state necessariamente dolorose? Come fare a non investire la creatura cui teniamo più al mondo, dei nostri turbamenti, delle nostre ansie, delle nostre rinunce, delle cose che ci mancano?
Perché, quando si è soltanto in due, il rischio è che tutto passi attraverso quella relazione. La madre vive, decide, si adatta, rinuncia, si preoccupa. E la figlia è lì, accanto a lei.
È difficile non farle arrivare, anche senza volerlo, qualcosa di tutto questo.
Come si fa allora a mantenere un clima lieve da farle respirare?
E come si fa a lasciare spazio all’altro genitore? A non trasformare la sua presenza in una fonte di tensione, di confronto, di pensieri non detti? A permettere che una bambina possa avere con il padre una relazione che non debba necessariamente passare dalla madre?
Sono domande che il libro non mette in forma di tesi, ma che permeano le pagine. La protagonista, per arrivare da qualche parte, deve tornare indietro: rintracciare affetti perduti, cercare persone che hanno avuto un ruolo importante nella sua adolescenza, chiedere loro di raccontarsi. Sono persone che allora le facevano da specchio e che oggi, diventate adulte, hanno attraversato vite diversissime: famiglie, figli, separazioni, dolori, scelte, rinunce.
È attraverso questi incontri, apparentemente rivolti al passato, che qualcosa nel presente comincia a spostarsi.
Non voglio raccontare dove porta questo percorso né scrivere a proposito del linguaggio e della particolare scrittura della Gamberale . Posso soltanto anticipare che una svolta c’è: non tanto una soluzione, una risposta, quanto un cambio di grado, uno spostamento del punto da cui guardare la propria vita e, soprattutto, la relazione con la figlia.
Un libro da leggere
Ed è forse uno dei motivi per cui vale la pena leggere Dimmi di te. Perché dietro la storia molto personale di Chiara Gamberale ci sono domande necessarie, soprattutto per le “comunità a due”.
Come si fa a essere così vicini senza diventare una cosa sola?
Come si fa a proteggere senza trasmettere le proprie paure?
Come si fa a non chiedere a una creatura di essere parte di noi quando, per solitudine o necessità, è diventata la persona più vicina che abbiamo?
E come si fa, infine, a lasciarle abbastanza spazio perché possa respirare qualcosa che non appartiene alle nostre fatiche?
Il libro di Gamberale non dà risposte, non le vuole dare. Importanti sono le domande.
Il libro racconta una storia. Una storia in cui spostarsi di qualche grado dal consueto punto di osservazione, cambiare il filtro alla lente ottica, è già un grande cambiamento.

