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Bambini non riconosciuti alla nascita: il progetto ninna.ho

Gisella Bassanini
scritto da Gisella Bassanini

Un’indagine sulla situazione dei bambini non riconosciuti alla nascita è stata presentata a Roma presso l’Auditorium del Ministero della Salute. Condotta su un campione nazionale di 100 Centri nascita, è stata realizzata, con il patrocinio del Ministero della Salute, dalla Società Italiana di Neonatologia (SIN) in collaborazione con ninna ho, primo progetto nazionale a tutela dell’infanzia abbandonata promosso dalla Fondazione Francesca Rava-N.P.H. Italia Onlus e dal Network KPMG in Italia.

ninna ho si rivolge a tutte quelle madri che per difficoltà psicologica, sociale o economica non sono in grado di potersi prendere cura del neonato e intende offrire loro una concreta possibilità di esercitare presso strutture ospedaliere il diritto al parto in anonimato, garantito dalla legge italiana e tutelare i neonati a rischio di abbandono e di infanticidio.

Dietro questi gesti estremi ci sono donne disperate che spesso non sanno di avere un’alternativa, donne che non hanno nessuna possibilità di prendersi cura del proprio bambino a causa della realtà in cui vivono e della società, o gruppo sociale, a cui appartengono.
Tra luglio 2013 e giugno 2014 sono stati 56 i neonati non riconosciuti in Italia dalle loro mamme su un totale di 80.060 bambini nati.

“L’indagine rappresenta una fase importante del nostro progetto, nato nel 2008 per contrastare l’abbandono neonatale in Italia” ha spiegato Mariavittoria Rava, Presidente della Fondazione Francesca Rava. “Da anni siamo impegnati con ninna ho ad aiutare le donne in difficoltà e i loro bambini attraverso l’informazione sulla possibilità consentita dalla legge di partorire in anonimato e mediante l’installazione di culle termiche salvavita presso un network di ospedali dislocati in tutta Italia. Con questa indagine volevamo raccogliere dati quantitativi e qualitativi sulle situazioni dei bambini non riconosciuti alla nascita al fine di individuare, insieme alla SIN e alle istituzioni, nuovi strumenti e metodi più efficaci per prevenire gli abbandoni in condizioni di rischio.”

L’indagine è stata effettuata sulla base di un questionario composto da 22 domande suddivise in tre specifiche sezioni e somministrato via mail ai Centri nascita associati SIN e ha visto la partecipazione di 70 ospedali di cui 38 del Nord Italia, 19 del Centro e 13 del Sud e Isole.

I dati emersi descrivono una drammatica situazione, una vera e propria piaga sociale, purtroppo scarsamente nota, al di là dello scalpore del tutto momentaneo che notizie di questo genere producono sulla scia dei singoli casi di cronaca. Bisogna parlarne, perché il fenomeno appare più ampio di quanto si crede, dicono gli esperti, e ancor più è necessario intervenire per non lasciare sole queste madri in difficoltà e i loro bimbi. Per questo il progetto ninna.ho è importante, vitale direi, e noi di smallfamilies ne parliamo.

In sintesi alcuni dati dell’inchiesta

La maggior parte dei bambini non riconosciuti sono nati in Italia Centrale e Settentrionale con rispettivamente 26 e 25 casi. Segue il Sud Italia con 5 parti anonimi.

Nel 62,5% dei casi si tratta di neonati non riconosciuti da madri straniere e nel 37,5% da mamme italiane. Le mamme che scelgono di non riconoscere i loro bambini hanno, nel 48,2% dei casi, un’età compresa tra i 18 e i 30 anni.

La maggioranza delle mamme che scelgono di non riconoscere i loro bambini, pur avendo fissa dimora, hanno partorito in una città diversa dalla propria residenza (ben l’84%).

Il 48,2% non è sposata e solo il 12,5% ha un lavoro. Per quanto riguarda il livello di istruzione, il 32,2% delle madri ha una scolarità medio-bassa (licenza elementare o di scuola media inferiore), il 19,6% ha un diploma di scuola media superiore, mentre l’1,8% è laureata.

Al momento del parto, la maggioranza delle donne è arrivata sola in ospedale (34%); l’8,9% è stata accompagnata dal partner e il 14,4% da un parente.

Durante la gravidanza, il 32,1% delle donne non si è affidata a nessun servizio di sostegno. Per quelle che lo hanno fatto l’ospedale risulta essere il principale servizio a cui le madri si sono rivolte (38,5%), seguito immediatamente dagli assistenti sociali e dai consultori familiari (rispettivamente il 34,6% e il 30,8%). Chiudono l’elenco le Associazioni di volontariato e i Centri di aiuto alla vita con il 15,4%, mentre il 7,6% si è rivolto alle Cooperative e ai Centri Sociali.

Per quanto riguarda i motivi dell’abbandono, al primo posto troviamo il disagio psichico e sociale (37,5%), seguito dalla paura di perdere il lavoro o più in generale dai problemi economici (19,6%). La paura di essere espulse o di dover crescere un figlio da sole in un Paese straniero è un motivo scatenante per il 12,5% delle donne immigrate; segue la coercizione per il 7,1%; la giovane età (5,4%); la solitudine (5,4%) e la violenza (1,8%).

ll padre per il 60,7% dei casi è ignoto e solo l’8,9% accompagna la compagna in ospedale al momento del parto. Da notare, infine, che il 3,6% di questi uomini è in carcere o ha abbandonato la compagna durante al gravidanza.

L’ultima parte del questionario mira ad individuare gli strumenti e i metodi ritenuti dai neonatologi più efficaci per prevenire gli abbandoni in condizioni di rischio.

Al primo posto troviamo la necessità di assicurare sostegno e assistenza alle donne in difficoltà rafforzando le politiche per la famiglia e per l’infanzia; favorendo una maggiore integrazione e collaborazione tra attività ospedaliera e territoriale; assicurando una migliore presa in carico della madre e del bambino da parte di Consultori e Servizi sociali.

Al secondo posto troviamo la necessità di informare e sensibilizzare le madri in difficoltà sulla possibilità consentita dalla legge di partorire in anonimato e non riconoscere il neonato; sull’esistenza di enti concreti e strutture affidabili da cui poter ricevere assistenza, aiuto psicologico e sostegno da un punto di vista materiale.

Infine, altro punto importante, è, secondo i neonatologi, l’ascolto inteso come empatia, assenza totale di giudizio, comprensione, disponibilità al sostegno e all’aiuto, così da creare un clima di fiducia che consenta alle donne di aprirsi e affrontare il disagio legato alla difficoltà della condizione che stanno vivendo.

Aumentare e migliorare l’informazione mediante le diverse strutture presenti sul territorio (ambulatori, centri di assistenza sociale, consultori, etc.) così da poter arrivare direttamente a queste donne in difficoltà fornendo loro le opportunità che esistono sia sul piano giuridico sia su quello dell’aiuto socio-assistenziale. Questo è l’obiettivo prioritario.

Tra le iniziative previste dal progetto ninna.ho vi è anche la “culla termica” .

“La culla vuole essere uno strumento di aiuto, solidarietà e vicinanza alle madri in difficoltà che arrivano alla scelta estrema di abbandonare il proprio bambino, nella speranza che si possano evitare gesti disperati e salvare le vite umane più deboli e indifese, i neonati” afferma Mariavittoria Rava, presidente Fondazione Francesca Rava.

La culla termica corrisponde alla versione moderna e tecnologicamente avanzata della medievale Ruota degli Esposti. Si tratta di una struttura concepita appositamente per permettere di lasciare, totalmente protetti, i neonati da parte delle mamme in difficoltà nel pieno rispetto della sicurezza del bambino e della privacy di chi lo deposita.

La culla ninna ho è posizionata in un luogo facilmente raggiungibile e defilato dell’ospedale, all’interno di una struttura dotata di dispositivi interni ed esterni che ne facilitano l’utilizzo sia per la mamma che per il pronto intervento medico. Premendo un pulsante si apre una tapparella ed è possibile depositare il bambino. La tapparella si chiude immediatamente mettendo al sicuro in un ambiente adeguato il neonato che viene subito ricoverato seguendo la procedura adottata per il neonato non riconosciuto e viene avviato il procedimento di adozione.

(fonte:ninna ho e agenzia Omniapress)

autore

Gisella Bassanini

Gisella Bassanini

Docente e ricercatrice, ho una figlia, Matilde Sofia. Coordino le attività di  Smallfamilies aps di cui sono fondatrice e presidente.  Seguo in particolare  l’area  welfare e policy, le questioni legate all’abitare e per il nostro Osservatorio mi occupo dello sviluppo  di  progetti di ricerca sulle famiglie monogenitoriali e più in generale sulle “famiglie a geometria variabile”.

Abito a Milano (città che amo) e, dopo la laurea in architettura al Politecnico di Milano,  ho trascorso molti anni  impegnata  in università (dottorato di ricerca, docenza, scrittura di libri) e nella libera professione (sviluppo di processi partecipativi,  piani dei tempi e degli orari della città, approccio di genere nella progettazione architettonica e nella pianificazione urbana). Ora insegno materie artistiche nella scuola pubblica e continuo nella mia attività di studio e ricerca in modo indipendente. La nascita di mia figlia nel 2001 ha trasformato profondamente (e in meglio) la mia vita, nonostante la fatica di crescerla da sola. Da allora, il desiderio di fare qualcosa per-e-con chi si trova a vivere una condizione analoga è diventato ogni giorno più forte. Da questa voglia di fare e di condividere, e dall’incontro con Michele Giulini ed Erika Freschi, è nata Smallfamilies aps, sintesi ideale della mia storia personale e del mio percorso professionale.

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