Progetto Oltre la pandemia STORIE

Contrastare il silenzio: fare della solitudine una rete. • Valentina (con Edoardo e Carlo)

scritto da SF storie

La mascherina è ormai diventata il simbolo della pandemia perché associata ad un dispositivo di protezione dal virus. In realtà è anche uno strumento che crea una barriera sociale e relazionale. La mascherina nasconde le espressioni, rende enigmatici i volti, misteriosi se vogliamo trovarvi del fascino; ma devo dire che ha anche la sua utilità. Ad esempio non prevede il ritorno di un sorriso scontato o di una smorfia accogliente. E permette di borbottare risposte incomprensibili all’interlocutore, soprattutto quando le domande che vengono rivolte sono quantomeno inopportune. Il labiale non è leggibile, solo gli occhi comunicano l’incredulità.

La mascherina è la maschera che indosso tutte le mattine. Insieme al trucco – a volte. Così non si capisce troppo se ho (già) pianto, non vorrei sbavare il mascara e arrivare in classe con il viso letteralmente sciolto. Perché è proprio questa la sensazione che a volte mi assale: quella di sciogliermi, e quando levo la mascherina mi accorgo di avere il viso segnato da profondi solchi che mi invecchiano. Come un Pierrot triste, con le labbra rivolte verso il basso e le rughe di espressione incise agli angoli della bocca.

Mi chiamo Valentina e sono diventata vedova ad ottobre 2019, a trentasei anni. A dicembre dello stesso anno ho partorito il mio secondo figlio e a febbraio 2020 è iniziato il lockdown. Ho cominciato ad indossare la mascherina.

In quei mesi, a dire la verità, non ho nemmeno ben capito che cosa stesse succedendo.

Avevo un bambino di due anni e un neonato. Ed ero sola in una casa grande e di fatto vuota. Era impossibile pensare di cavarsela e così sono tornata a casa dei miei genitori, dove non capivo più chi fossi, se mamma o figlia.

La perdita di identità è una cosa con cui ancora – di fatto – faccio i conti: non ero più moglie ma continuavo ad essere mamma (che fatica); guardarmi allo specchio era terribile perché mi pareva che all’improvviso i miei lineamenti non fossero più i miei, che non fossi più io. Non riuscivo più a vedermi intera. Mi sono chiesta per molto tempo chi fossi o come fosse possibile conoscere la persona che si specchiava davanti a me; mi chiedevo cosa fossi diventata.

Del lockdown ricordo solo il disagio dell’andare al supermercato. Non ne ho un chiaro ricordo, non era quella la mia privazione. E non perché non avessi una coscienza razionale e critica di quanto stesse accadendo nel mondo, ma perché non mi importava minimamente della pandemia in corso. Anzi.

Il mio lockdown l’ho trascorso a casa dei miei genitori, in un vivaio, un posto con grandi spazi e remoti pensieri. Non ero proprio chiusa in casa, potevo uscire in giardino. L’immagine che ho in mente di quel periodo? Io che spingo la carrozzina del mio secondogenito avanti e indietro per il viale di ingresso, aspettando la primavera. Come un pesce nell’acquario.

Con il lockdown quindi mi sono temporaneamente stabilita a casa dei mie genitori: pochi vestiti, qualche giocattolo, nessuno dei miei libri. Ricordo rocamboleschi spostamenti in macchina, con l’autocertificazione pronta sul sedile del passeggero, per recuperare biberon e pappe lasciate nella vecchia casa. Sapevo che lì non ci sarei più tornata, quindi la pandemia ha anche accelerato un distacco che sarebbe comunque stato inevitabile: una casa isolata, grande, con un magazzino per deposito materiali; un posto inospitale (“niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici” – C. Pavese), non comodo da raggiungere per i mei genitori che mi hanno enormemente aiutata. Per questo, non appena la situazione si è un po’ normalizzata e con le prime aperture, ho trovato un’altra casa, dove mi sono trasferita con i bambini.

Comprare una casa durante il lockdown non è da tutti.

A settembre 2020 ho traslocato e ricominciato a lavorare. Sono insegnante, lavoro in una scuola internazionale. Il rientro a scuola ha rappresentato uno scontro tremendo con la mia nuova realtà (altra identità): essere un genitore solo e lavoratore (e dico solo, non single. Single è una termine postmoderno quasi chic, solo invece rappresenta la realtà dei fatti). Lavor(av)o a tempo pieno con due bambini piccoli di due e quattro anni: se prendiamo il Covid cosa succede? Mi domandavo: se mi dovessi ammalare io, chi potrebbe curare i bambini? Che faccio? Se ci ammaliamo tutti, come posso provvedere loro? Oppure se si ammala uno dei due, l’altro che fa? Lo tengo con me? O gli permetto di frequentare l’asilo e quindi lo lascio dai nonni? Che poi, i nonni anziani a gestire dei bambini piccoli che frequentano l’asilo (nonni d’Italia, il vero stato sociale)… Una babysitter? È una spesa in più e potrebbe diventare possibile veicolo di contagio, dal momento che avrebbe la sua vita da vivere…

Con questa serie di incognite e dubbi, ho optato per l’autogestione. Il che ha significato chiudersi il più possibile nella nostra bolla. Non so se sia stata la soluzione migliore, ma è stata l’unica per me possibile e di fatto, per certi aspetti, ha funzionato. Abbiamo mantenuto i contatti con i nonni – per me indispensabili – e optato per una serie di tamponi “al bisogno”.

Di fatto, siamo stati in quarantena diverse volte, ma non abbiamo (per ora!) contratto il Covid. Durante gli isolamenti mi sono arrangiata con la spesa online (invenzione straordinaria!) con consegna al pianerottolo; per le “forniture farmaceutiche” ho optato per il “mommy-delivery”, con la nonna che ci lasciava bottiglie di fisiologica per lavaggi nasali e Tachipirina fuori dalla porta. Anche i vicini devo dire che sono stati e sono disponibili.

La mia è una routine forsennata che inizia con la sveglia (presto) e prosegue con il preparare i bambini, portarli all’asilo, andare a scuola, prendere i bambini, tornare a casa, giocare, preparare la cena, mettere a letto i bambini. Poi: vagare per la casa, letteralmente, spostandosi da una stanza all’altra in silenzio, come un fantasma in catene. Nelle sere buone invece mi piace leggere (tanta poesia), studiare o guardare un film.

Durante gli isolamenti le giornate sono state infinite e senza mai una tregua personale. Abbiamo giocato tanto, letto, colorato, scavato fossili, coltivato piante carnivore in una piccola serra, cucinato. Sulla TV però non ho mai ceduto. A casa i bambini non la guardavano. Solo ultimamente l’accendo all’ora di cena su Food Channel (o forse si chiama Food Network?) e seguiamo e commentiamo qualche ricetta perché a Edoardo piace “mettere le mani in pasta”. In realtà l’ho fatto perché mi sono accorta che in casa calavano dei silenzi terribili. Prima, nella vita precedente – che non è quella pre-Covid – c’era sempre musica (lui suonava la batteria): poi io non ho più voluto ascoltarla, e la casa rimbombava di un silenzio soffocante. Anche questa è una cosa che ho dovuto imparare a ri-fare: riprendere ad ascoltare la musica, almeno un po’, ed evitare che Edoardo e Carlo crescano “disadattati”. Quando un’amica ha regalato un dvd a Edoardo, lui l’ha aperto e mi ha detto: mamma, ma in questo libro non ci sono le pagine…

Ho capito che era meglio normalizzare un poco la situazione. Quindi ora, il sabato e la domenica mattina durante la colazione, guardiamo dei documentari su Discovery Channel, oppure i bambini guardano qualche cartone dai nonni, che hanno il lettore dvd, e possono perciò godersi qualche film Disney.

Stavo pensando che potrei inserire un nuovo rito, quello del cartone animato del venerdì e del sabato sera… magari mi rilasso anch’io!

La pandemia per me è stata una pandemia spirituale e mentale. Il mio isolamento è stato ed è ancora un isolamento tutto interno, rispetto al mio dolore, e per quello non c’è vaccino. Il dolore ha sempre ha che fare con una perdita, la tristezza invece riempie gli spazi vuoti lasciati dalle mancanze. Non ho più visto quasi nessuno per due anni per il rischio del contagio, ma di fatto questo mi ha soprattutto preservato da tante domande, dai tanti: Come stai? Come va? Ce la fai? Oppure, e questa è la mia preferita: te la rifarai una vita prima o poi, no? Come se non me la fossi già dovuta ri-fare una vita. La pandemia mi ha preservato dal vedere sempre una sedia vuota in mezzo a tante altre occupate.

Dopo più di due anni ho capito che si convive con un vuoto, quello della figura paterna, e che io non lo posso colmare. La mancanza c’è e ci sarà sempre. Ma questa consapevolezza mi ha pacificata, non mi sono sentita più di dover fare cose eccezionali, da papà e mamma, ma solo da mamma che fa anche le veci del papà. È diverso. Sto imparando a lasciare andare il ruolo normativo e mantenere quello più accudente, e per me è una gran fatica! Sono diventata maniaca del controllo, soprattutto delle nostre routine quotidiane che sono rigide; tuttavia questa rigidità ha permesso ai bambini di trovare uno spazio rassicurante e non determinante, definito ma sicuro; e a me ha permesso di sopravvivere grazie ad una buona organizzazione.

L’anno scorso, invece, quando Carlo era molto piccolo, per me è stato difficilissimo.  Tornavo da scuola ero sempre stanca (anche adesso) e arrabbiata, non ero in grado di stare in una relazione serena con i bambini perché vedevo solo la fatica. Era un pensiero terribile, ero madre-matrigna, come direbbe Leopardi…

Ora è diverso, la psicoterapia mi ha aiutato enormemente, i bambini sono più grandi, e io ho il rimpianto del: avrei potuto.

Con le riaperture abbiamo iniziato a frequentare i parchi, a volte con qualche amichetto, ma sempre con prudenza. Forse il mio isolamento, senza la pandemia, sarebbe stato meno estremo, e il sentirsi sola sarebbe forse stato meno esacerbato. Non saprei… Ultimamente però, la solitudine ha iniziato a pesarmi un po’.

Nella vita precedente ero un’insegnante di classe, poi con l’arrivo della dad durante la pandemia, è cambiato tutto. Inizialmente, quando lavoravo da scuola con gli studenti a casa in isolamento, la situazione era gestibile, tanto più che la scuola mi ha davvero aiutata permettendomi poi di lavorare anche da casa per gestire i bambini più agevolmente. Tuttavia quando siamo di nuovo entrati in lockdown, a marzo 2021, con i miei bambini a casa dall’asilo è stato molto faticoso. Parlare di smart working è possibile se non si hanno figli piccoli, perché un bambino piccolo non riesce a capire che la mamma è a casa, ma non è disponibile per lui, dal momento che è impegnata a lavorare. Per non parlare del fatto che, una volta a casa in isolamento fiduciario, non si percepisce lo stipendio pieno. Anche in questo caso la scuola mi è venuta incontro dandomi la possibilità di utilizzare giorni di maternità di cui ancora disponevo o recupero di ferie. È vero che questa situazione ha riguardato molte famiglie, ma quelle monogenitoriali sono state più colpite per via della semplice equazione: genitore solo, stipendio unico. Ma alla fine del mese i conti devono tornare, per questo mi chiedo: non sarebbe una buona cosa considerare la possibilità di aumentare le ore di permesso retribuite, visto che il genitore solo non può contare su quelle dell’altro?

Sono uno spirito intraprendente e autonomo, ma con la pandemia sono diventata totalmente autoreferenziale. Mi confronto di fatto solo con la mia psicoterapeuta, pochissimi amici rimasti e con qualche collega, con cui ho un dialogo schietto di sostegno, di aiuto, di consigli; ma sono consigli di chi non vive la mia stessa fatica e che non può quindi capirmi fino in fondo. Mi manca anche “fare gruppo” con le mamme dell’asilo, sia perché non ho praticamente avuto contatti, sia perché mi manca il tempo: i miei bambini frequentano il doposcuola e quando io vado a prenderli sono già le cinque. Troppo tardi per il parco o i pomeriggi di gioco a casa di altri bambini.

Sento la mancanza di condivisioni autentiche.

Mi piacerebbe quindi creare una rete di donne e uomini soli (non single, altrimenti rischiamo di confonderci con la rubrica per i cuori solitari…), di mamme e di papà soli (credo che la solitudine del padre sia sottovalutata rispetto a quella delle madre), una piccola società di “mutuo soccorso” per  condividere esperienze e “buone pratiche”, conoscersi, aiutarsi. Per poter dire o sentirsi dire: è successo anche a me. Difficile, ma poi ce la fai. Quando precipito nello sconforto assoluto, mi dico infatti: non ce la farò mai; oppure al contrario mi sento orgogliosa per essere arrivata dove sono e mi chiedo: me lo merito? È giusto? Credo che questo sia un processo che faccia parte sia dell’elaborazione del lutto sia della costruzione di una nuova identità, ed è il senso di colpa “del sopravvissuto”.

Ho pensato spesso a un forum, a incontri virtuali, ma il virtuale è stato così preponderante in questi anni… preferirei pensare a incontri veri, dove ci si siede su un sofà con una tazza di the e biscotti al burro…

Quindi, ecco, un desiderio e un buon proposito: condividere.

 

Vivo in Brianza.

Chi fosse interessato a fare rete mi può contattare all’indirizzo email:

valepennati@gmail.com

autore

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È il team che si occupa di raccogliere e pubblicare le storie scritte direttamente dai protagonisti, che non sempre desiderano svelare la loro identità. Se vuoi mandarci la tua storia scrivi a associazione@smallfamilies.it, allega una fotografia e una liberatoria in caso di foto di minori oppure specifica che desideri l'anonimato.

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