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Emergenza coronavirus: è stato fatto tutto il possibile per le famiglie più fragili?

Cristina Sebastiani

Giovedì 4 giugno 2020 ho partecipato ad un convegno organizzato da FICLU (Federazione Italiana dei Club e Centri per l’UNESCO)  sui temi della resilienza e della comunicazione: la nostra serata trattava in particolare di  “COMUNICAZIONE INCLUSIVA DELL’EMERGENZA E IN EMERGENZA: COME NON LASCIARE INDIETRO NESSUNO” e a me è stato chiesto di parlare delle famiglie monogenitoriali e delle famiglie migranti che sono tra i miei focus professionali.

Qui di seguito la sintesi del mio intervento:

Circa tre o quattro giorni dopo l’inizio del lockdown, che a Milano è cominciato il 22 febbraio con la chiusura delle scuole, sono stata intervistata da un inviato del TG3 che raccontava le difficoltà delle famiglie in questo frangente e in particolare delle famiglie monogenitoriali come la mia. Appena andato in onda il servizio sulla pagina FB del TG3 sono arrivati decine di commenti il cui tenore era “ma vai a lavorare!”.

A parte la motivazione di chi ha sentito il bisogno di fare commenti di questo tipo, mi sono chiesta cosa ho sbagliato nel comunicare le difficoltà oggettive che un genitore solo deve affrontare durante un’emergenza.

In Italia le famiglie monogenitoriali sono circa il 10% delle famiglie, un dato consistente: di queste più dell’80% poggia su figure femminili e il 5% ha almeno tre figli a carico (Eurostat 2018)

Tanto per essere chiari, “genitore solo” significa senza la presenza dell’altro genitore e, spesso, senza il suo sostegno economico ed emotivo. Questa categorizzazione, che già di per sé semplifica una situazione non così lineare, è diventata più complessa durante questa emergenza quando (nonostante i decreti lo permettessero), molte famiglie per esempio con genitori separati o divorziati comunque hanno dovuto rinunciare anche a quell’appoggio. Di solito un genitore solo si costruisce una buona rete di aiuti e soluzioni per affrontare la quotidianità, aiuti che non sostituiscono l’altro genitore e che sono limitati alla relazione amicale, a volte alla rete famigliare ma non è scontato. Oltretutto, nessuno di noi ha mai affrontato una pandemia e mi è dispiaciuto che quel servizio non sia riuscito a far passare correttamente l’informazione che i genitori soli fanno esattamente il doppio della fatica di un genitore affiancato da un altro genitore.

Tanto più che nella comunicazione istituzionale, nei provvedimenti di legge, nei decreti degli enti locali, nelle circolari, le famiglie monogenitoriali non sono mai state considerate, non sono mai state menzionate: come se non esistessero. E dunque nessun provvedimento specifico è stato preso per sostenere queste famiglie.

Per esempio: per buona metà del lockdown, sicuramente per la parte più difficile e nella quale trovare una nuova organizzazione famigliare ha richiesto molte energie, le famiglie monogenitoriali non hanno avuto diritto a usufruire del servizio di spesa a casa destinato alle persone fragili, ma allo stesso tempo era vietato uscire con i bambini ed era vietato portarli al supermercato ed era vietato lasciarli a qualcuno che non fosse convivente. Ma era (ed è) anche vietato lasciare i bambini e i ragazzi (per legge fino ai 14 anni) a casa da soli per andare a fare tre ore di spesa tra code, sanificazioni, altre code e rientro a casa. O per andare a ritirare una ricetta medica.

Ogni famiglia si è organizzata come ha potuto, aggirando le regole o reinterpretandole con creatività e questo in sé non è un male: il male sta nel completo disinteresse da parte dello Stato.

Io e mio figlio uscivamo insieme, attirandoci occhiatacce quando andava bene o urla dai balconi quando andava male. Poi, grazie all’appello lanciato da Smallfamilies, alcune realtà del volontariato  a Milano hanno allargato il servizio dei volontari alle famiglie monogenitoriali.

Un’altra categoria che non è mai stata considerata è quella delle famiglie migranti: ed è un’altra categoria che si è dovuta arrangiare con le reti di sostegno, anche solo per capire, nella propria lingua e quindi con precisione, cosa stava succedendo e soprattutto cosa ogni persona era chiamato a fare, e quale comportamento adottare. In una situazione in cui il comportamento individuale è importantissimo per la salute propria e degli altri, come è stata ed è tutt’ora la realtà di questa pandemia, più di 5 milioni di persone cioè quasi il 9% della popolazione italiana (che raddoppia se consideriamo le persone irregolari senza permesso di soggiorno) è stata esclusa dall’informazione. Mettendo a rischio loro stessi e tutta la comunità.

Sono stati i privati, da sempre sostegno e, ancora una volta alibi per le mancanze del pubblico, ad attivarsi: e così sono stati fatti girare alcuni vademecum sui comportamenti individuali da adottare, tradotti in varie lingue.

Penso all’associazione Naga di Milano, tra le prime ad attivarsi, ad ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), alla Caritas a livello nazionale e locale così come ad alcuni Comuni (ma non il Comune di Milano), al collettivo afrofemminista “Invisibili” (che ha prodotto una serie di volantini davvero inclusivi, con immagini chiare, corrette e rappresentative di molti aspetti della realtà migrante). Se n’è occupato l’OIM, agenzia sovranazionale per le migrazioni, con alcuni file audio in lingua.

Il Ministero della Salute non ha predisposto nulla.

Esiste un sito, che si chiama Integrazionemigranti.org che vede la sinergia tra Ministero del lavoro, dell’Interno e dell’Istruzione che ha in homepage la notizia che il sito sta raccogliendo le informazioni utili per la popolazione straniera in tema di Covid-19, ma la pagina è tutt’ora in costruzione.

E mentre tutta l’Italia aspettava ogni giorno alle 18 l’aggiornamento sanitario della Protezione Civile e ogni settimana i provvedimenti del Governo, gli stranieri si sono arrangiati. Fino al 22 aprile i dati dell’Istituto Superiore di Sanità riportano che il 5,5% dei malati di Covid-19 sono stranieri: se si registra una quasi totale assenza di contagiati all’interno della comunità cinese è perché esperienze pregresse e contatti con la comunità al paese d’origine hanno permesso di attuare misure di contenimento molto efficaci (molto più efficaci di quelle italiane, possiamo dire). La comunicazione in emergenza ha dunque fallito e chi si è salvato è perché ha potuto usufruire di informazioni dettagliate provenienti dall’estero.

Nessuno però ha pensato a tradurre anche i decreti, le modalità di accesso ai sostegni economici: da alcuni giorni nella metropolitana milanese girano alcune donne, presumibilmente di origine nordafricana, velate, che chiedono sottovoce la carità. Un fatto sorprendente da molti punti di vista, che suona come un campanello d’allarme: se le donne più di tutte abituate a stare a casa, e quindi con meno strumenti per interagire in un paese a loro straniero, oggi si mettono in strada, non è assurdo pensare che il livello di disperazione della comunità migrante sia altissimo e che questo fatto, almeno in parte, poteva essere evitato.

Per concludere: come è possibile non lasciare indietro nessuno quando è assolutamente necessario parlare a tutti e tenere conto di tutti? Io credo che in Italia oggi ci sia un problema di mancanza di pensiero creativo, di rigidità, conservazione, incapacità nel valutare i cambiamenti reali e nel viverli a livello istituzionale.

Non voglio pensare che ci sia anche stata una precisa volontà escludente, ma non sarebbe realistico negare anche questa possibilità.

Quella delle famiglie monogenitoriali e quella delle famiglie migranti sono categorie accomunate da questo stesso pregiudizio: le istituzioni, a livello comunicativo e spesso anche pratico, concreto, fingono che, in quanto categorie non convenzionali, non ci siano. Questo fatto deve necessariamente cambiare.

 

Questo il programma dell’incontro:

 

 

NOTA:

Immagine: Mother and son (ph credits getty images)

 

autore

Cristina Sebastiani

Cristina Sebastiani

Consulente per l’immigrazione e le coppie miste, madre di un bambino, collaboro al sito con interventi mirati sul tema. Ho scritto anche uno dei racconti dell’antologia smALLholidays, secondo titolo della collana smALLbooks per Smallfamilies® (Cinquesensi Editore) e firmo post nella sezione “Diario d’Autori”. Faccio parte della rete dei servizi convenzionati con l’associazione.

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