STORIE

Felicita e Piero (Chiambretti)

Sf storie
scritto da Sf storie

Avevo 19 anni e il padre era presente. Però, quando è venuto a vedere il bambino in culla, ha detto la parola di troppo. Ha detto che mi odiava. E io, sentendo che lui mi odiava, gli ho detto: esci da quella porta e non tornare mai più. C’era un retroscena. Io ero minorenne, lui no, e i miei genitori gli avevano fatto firmare un documento secondo il quale lui avrebbe riconosciuto Piero, che sarebbe nato verso il primo di giugno – in realtà è nato il 30 maggio – e gli avrebbe dato il suo cognome. Io conservo ancora quel documento, ma non l’ho mai tirato fuori e sono sempre andata avanti da me.

I miei genitori in precedenza mi avevano anche costretta ad andare dagli avvocati e a rispondere a delle domande terrificanti, persino scabrose, su come era avvenuto l’incontro con quest’uomo. È stato faticosissimo. Ero sola, negli anni Sessanta, e ho dovuto cercare un lavoro tacendo di avere un figlio, quasi a rinnegare la sua esistenza.

Ho lavorato per la stessa azienda per 34 anni, ma solo dopo una decina di anni qualcuno – forse un collega che sapeva dell’esistenza di Piero – lo ha detto al capoufficio che mi ha detto: Chiambretti, ma lei ha un figlio? Io ho detto sì, ma ero completamente rossa in volto perché allora noi eravamo marchiate come prostitute, come gente da poco. Lui invece mi ha detto: guardi che a lei spettano gli assegni familiari.

E così ho cominciato ad avere anche quelli. È stata dura ma ce l’abbiamo fatta, e anche bene.

felicita-e-piero-foto-def1-e1406304235901Avevo conosciuto il padre di Piero in Africa. Vivevo all’Asmara con la mia famiglia e lui frequentava l’università cattolica locale, per diventare medico. Quando rimasi in stato interessante, quasi non ci credeva. È poi seguita una catena di eventi molto sgradevoli, culminata con la sua frase in ospedale. Che per me ha significato la liberazione. Finalmente libera. Da tutti. A tutti i costi.

Io sono una persona estremamente indipendente. Non ho mai elemosinato né affetti, né denaro né niente. Sono troppo orgogliosa. Mio figlio non mi ha mai chiesto nulla. È stata una persona deliziosa. Io ho sempre conservato il documento firmato dal padre. E mi è capitato nel tempo di farmi prendere dal dubbio: avrò fatto male? Ma visto i risultati di oggi, penso di avere fatto bene.

Se un uomo non merita di essere padre, è giusto che vada per la sua strada. Ero giovanissima, ma, nonostante i rischi estremi, mi sono presa questa libertà, la libertà di poter condividere le mie cose nella distensione, nell’armonia. Può finire l’amore, ma non l’amicizia, in favore del figlio comune.

Bisogna sentirsi genitori. Se non ti senti genitore, è meglio lasciar perdere.

Così è stato per me. Meglio sola.

Il destino ci ha comunque aiutati. Ho sempre lavorato, ma ho comunque potuto stare sempre vicina a Piero. Quando è nato io stavo ad Aosta da una zia, sorella di mia madre. Ero partita dall’Asmara sola. I miei genitori mi avevano allontanata da casa quando ero incinta, così “il paese non parlava”.

Quella era la società di allora. Noi mamme single appartenevamo alla schiera dei pericolosi “diversi”. E io sono stata “diversa” anche per i miei genitori, che addirittura mi accusavano di avere compromesso anche le mie due sorelle: secondo loro, a causa mia, non si sarebbero più sposate.

Veramente alla fine li ho persino scusati. Avevano una mentalità talmente retrograda che non erano proprio in grado di capire. Dopo qualche anno, quando sono venuti in Italia, i rapporti con loro sono un po’ migliorati, ma c’è sempre stata freddezza, come era stato anche in passato.

La mia è stata un’infanzia infelice. Avevo sette anni – lo ricordo ancora molto bene – quando ho sentito una voce che mi diceva: “ricordati Felicita che dovrai sempre fare da te perché nessuno ti ama.” Non so chi mi abbia suggerito questo, credo una presenza luminosa.

“Fare da sola” è stato in effetti il filo conduttore della mia vita. Non ho mai più potuto amare nessuno. Essere madre single ha condizionato tutto. Ma ce l’ho fatta. La mia vita di madre sola è stata splendida. Faticosa, ma splendida.

La discriminazione nei confronti delle madri sole esiste ancora oggi, anche se in modo diverso da allora. Ed è incredibile perché non solo la smallfamily è a tutti gli effetti una famiglia, ma, in un certo senso, a volte è addirittura una famiglia meglio riuscita, perché almeno non ci sono liti fra genitori che si odiano. Il rischio che i bambini passino un’infanzia terribile convivendo con genitori litigiosi è altissimo.

Con me Piero ha avuto una bella infanzia. Gli è mancato il padre ma non la madre. Forse per Piero è stato un problema, forse è stato anche un grande problema, ma lui è come me. Non mi ha mai chiesto nulla. Quando è diventato popolare gli ho detto: guarda che potrebbe uscire fuori tuo padre. E se venisse a cercarti? Lui ha replicato: cercare me? Ma nemmeno per sogno. Io non ricevo nessun padre. Io non ho padre, io ho solo mia madre, che mi ha fatto da padre.

È stata una bellissima dichiarazione. Ma penso che anche lui abbia sofferto interiormente, intimamente. Certo non ha mai fatto domande per non mettermi in difficoltà. Sapeva che per me sarebbe stato doloroso affrontare l’argomento. E per non darmi un dolore ha preferito non sapere. In aggiunta va detto che io non sono stata una madre autoritaria, ma autorevole sì. Forse talmente autorevole che lui non ha osato mai chiedere nulla.

Approfitto di questa occasione per chiedergli scusa di non avergli mai detto chi era suo padre.

Ricordo Piero diciottenne che mi disse: tu sei una piccola grande madre.

Il nostro rapporto mi ha molto ricompensato. È un rapporto molto bello. Abbiamo anche noi alcune inevitabili divergenze, ma non contano, pesano poco, non sono macigni da portare sulla schiena. Io sono stata tutta la sua famiglia. I nonni sono tornati in Italia dall’Africa quando lui aveva 16-17 anni. E Piero ha avuto un minimo di rapporto solo con il nonno.

In quegli anni tutti erano sposati e tutti avevano l’amante. Era quasi una moda. Quello era concesso. Invece una madre sola con figlio a carico era una negletta che non meritava aiuti. I diversi – e io ero una diversa – non piacciono perché rappresentano ciò che molti sono potenzialmente, oppure ciò che molti vorrebbero essere, ma senza averne il coraggio. E sono proprio queste persone senza coraggio quelle che costruiscono strutture sociali penalizzanti dietro cui si trincerano. Le barriere sono state elevate dalla religione, ma non solo. Anche dallo Stato. Noi diversi navighiamo in tutto questo come alieni, alieni cattivi e peccatori. E dobbiamo combattere. Purtroppo oggi è in parte ancora così.

Poco dopo la nascita di Piero la zia si è trasferita da Aosta a Moncalieri. Aveva una tabaccheria. E Piero viveva lì con lei. Io invece avevo iniziato a lavorare come segretaria in una agenzia assicurativa e stavo a Torino.

Andavo a prenderlo il sabato e scendevo da Moncalieri portandolo in braccio, prendevamo il pullman, andavamo a Torino, e poi la sera lo riportavo, con qualche pianto suo e tanta tristezza. Mi ricordo come pesava… Io non sono mai stata robusta, anzi allora ero minuta, fragile, e portarlo in braccio mi pesava tantissimo. Sembrava che dovessimo cadere tutti e due. Poi la zia, quando Piero ha sei anni e lei quaranta, si ammala di tumore e muore. E prima di morire mi dice: tieni nonna con te. E così è stato. Io, che avevo trovato una piccola casa a Torino, ho preso con me sia Piero sia la nonna, la madre di mia madre.

Nonna aveva un po’ di pensione, io lavoravo. Non è andata poi male. Ho fatto in modo che non ci mancasse nulla, soprattutto a lui. È morta quando Piero aveva 14 anni e fino a quel momento abbiamo sempre vissuto con lei.

Oggi, quando vado a fare un documento e mi chiedono il cognome da signorina, io dico: Chiambretti Felicita. E aggiungo subito: sono una madre single. Li taccio subito. È la mia rivincita. Perché una ragazza sola che decide di tenersi un figlio e allevarlo senza avere l’appoggio di un uomo, è una gran persona. Se si capisce subito che quell’uomo ti farà fare una vita grama, via, meglio sola subito, come ho fatto io.

Il mio riscatto è avvenuto dopo tanti anni. Il mio riscatto è oggi. Oggi posso dedicare il mio tempo alla poesia, oggi scrivo poesie, ho coronato il mio sogno e sono contenta. Sono contenta di essere stata una mamma sola.

Alle ragazze sole dico di non demoralizzarsi, di andare avanti, di volere bene ai figli.

Mi auguro che per loro ci sia un futuro migliore. Oggi è tutto molto diverso. Oggi si sa che il genitore singolo fa parte della società che spende. E spende anche di più degli altri. Dovrebbe capirlo chi si occupa di marketing. Così come dovrebbero capirlo i legislatori. Le leggi devono camminare al passo dei tempi, seguire il loro cambiamento.

Aiutare una madre sola o un padre solo è necessario. Siamo andati avanti in tante cose, in questa no. Queste sono famiglie. Siamo famiglie.

Mi auguro che ci siano politici sensibili e intelligenti che si facciano carico della questione e la sviluppino per il bene di questa fetta della società che è in aumento e che deve essere aiutata per vivere meglio con strutture, sussidi, tutele, come accade in Inghilterra.

Con i primi soldi che ha guadagnato, Piero ha comprato una casa per me, non per sé. Ha cercato di supplire a quello che mi mancava, soprattutto intimamente. Io sono felice di quello che ho fatto anche se so che, in conseguenza, ho avuto problemi di comunicazione, problemi affettivi, relazionali, paure. Ho sempre pensato che trovare un uomo, sposarmi, magari avere altri figli, con Piero piccolo, non fosse per me. Sono andata avanti per la mia strada. Sono contenta di non essermi sposata. Non vedo matrimoni felici. Tra le mie conoscenze non ne vedo. Vedo soprattutto gente che si sposa e si separa dopo sei mesi.

Mi sarebbe piaciuto avere un compagno di giochi, ludico, ma ho avuto paura.

Ci ho messo tanto a uscire dal condizionamento dei ruoli. Perché tu nasci e ti mettono in un cassettino. E poi mettono il tuo cervello in un altro cassettino con scritto: questo tu devi fare, questo non devi fare, non, non, non.

Così, a furia di divieti, non rimane più nulla che sia possibile fare.

Io sono una persona intraprendente e soprattutto non sono duttile, non sono come il pongo; non mi modellano. Ma togliersi queste impalcature è stato comunque un processo lungo, ci è voluto tempo. Oggi sono felice, consapevole. Mi sono sentita veramente libera quando ho capito di non subire più condizionamenti amorosi. I condizionamenti rovinano rapporti partiti anche bene.

Bisogna sempre distinguere fra innamoramento e amore. Io l’amore non l’ho mai vissuto. L’innamoramento sì. Ero curiosa, anche volubile, civettuola, guardavo… però ho sempre messo i rapporti con il maschile sul piano dell’amicizia. A me piace il confronto con l’uomo. Ho più amici uomini che donne. E anche gay.

La vita è lunga o breve secondo le circostanze.

È lunga quando devi portare avanti situazioni che magari non nascono con il piede giusto. È corta quando ti volti e ti dici: ho vissuto tutto questo? Non sembra possibile.

1911249_644048662394548_8593651018934649307_o-200x200Margherita, mia nipote, è uguale precisa a Piero. Parla parla parla… Non sta ferma un momento. Balla e canta. Ha quattro anni ed è una bambina carina. Che vive con la madre in un’altra città. La vedo ogni tanto. Poco, purtroppo. Avevo la sua età quando siamo partiti dall’Italia per l’Asmara, dove ho frequentato tutte le scuole dalle suore.

Quando sono rimasta incinta stavo studiando per prendere il diploma magistrale, ma le suore mi hanno cacciata dal collegio. Una sola persona è stata comprensiva, anzi, è stata meravigliosa con me, la ricorderò sempre: suor Giandomenica. Era la mia insegnante di filosofia. Visto che non potevo più mettere piede a scuola, lei scappava dal convento per avere mie notizie e per venire a trovarmi a casa, dato che sapeva della mia gravidanza difficile. Lei veniva da me mentre la preside dell’istituto, suor Rosamaria, spandeva veleno su di me. Ma una cosa devo dire. Poco prima di morire, suor Rosamaria mi ha cercata e mi ha inviato una lettera chiedendomi scusa per avermi espulsa dal collegio.

I miei tempi erano difficili e non eravamo tutelate, ma è terribile verificare che questo accade ancora oggi.

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È il team che si occupa di raccogliere e pubblicare le storie scritte direttamente dai protagonisti, che non sempre desiderano svelare la loro identità. Se vuoi mandarci la tua storia scrivi a info@smallfamilies.it, allega una fotografia e una liberatoria in caso di foto di minori oppure specifica che desideri l'anonimato.

1 commento

  • Mi fa sempre piacere leggere del punto di vista di una madre che ce l’ha fatta a sostenere tutto questo peso di “ragazza madre”. Per mia madre non è stato così purtroppo e ha ceduto alla depressione, da cui non si è mai ripresa. Quindi io oltre all’assenza del padre ho dovuto subire anche questo fantasma in casa di mia nonna. Anche lei, in un primo momento ha allontanato la figlia perché la gente del palazzo mormorava e lei non poteva sentirsi addosso tutte queste critiche. Dallo Stato non ho mai ricevuto nessun tipo di aiuto ne per il fatto che ero quasi orfana ne per il fatto che mia Madre era malata. Il peggiore giudizio lo do alla chiesa cattolica che al di là della sua facciata di oro e d’argento delle sue splendide chiese non mi ha mai aiutato…al di là dei riti di battesimo e comunione rimane solo un grande vuoto, una religione di facciata, mi dispiace dirlo…

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