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Istat 2014: le famiglie in tempo di crisi

Gisella Bassanini
scritto da Gisella Bassanini

Istat 2014: i dati sulle famiglie italiane contenuti ne rapporto Noi Italia aggiornato all’anno 2013 ci racconta di famiglie in lotta contro la crisi economica. Tra i dati Istat alcuni spiccano e dipingono una situazione in lieve ripresa, ma sempre abbastanza allarmante. Per esempio: 1 famiglia su 10 vive in condizioni di povertà relativa e 1 su 20 in condizioni di povertà assoluta. Nel rapporto Istat 2013 sull’anno 2012 la percentuale era ancora più alta ma si tratta comunque di milioni di individui che non vivono ma cercano di sopravvivere dentro a questa crisi se sembra non avere fine.

La spesa quotidiana

Le statistiche Istat 2014 si basano sull’indicatore di deprivazione che scatta quando si presentano almeno tre “sintomi” (dopo i quattro si parla di seria deprivazione) su una lista di nove. Dal non poter sostenere spese impreviste ad accumulare arretrati nei pagamenti di mutui, affitti, bollette. Nel rapporto Istat 2013 il 23,4% delle famiglie residenti in Italia presentava almeno tre delle difficoltà considerate e il 12,4% quattro o più, con differenze marcate tra i diversi indicatori: il 2,6% dichiarava di non potersi permettere l’acquisto di una lavatrice, un televisore a colori, un telefono oun’automobile, mentre il 50,4% per motivi economici non poteva trascorrere una settimana di vacanza lontano da casa. Circa il 19% diceva di non riuscire a riscaldare adeguatamente l’abitazione e il 14,5% di non potersi permettere unpasto adeguato almeno ogni due giorni. Infine il 12% delle famiglie italiane rilevate da Istat è rimasto in arretrato con almeno un pagamento e il 40,5% non sarebbe riuscito ad affrontare una spesa imprevista di 800 euro. Il panorama territoriale mette in evidenza il forte svantaggio dell’Italia meridionale e insulare, con valori più che doppi rispetto alla media nazionale. Nel Mezzogiorno, le famiglie deprivate sono il 40,8% di quelle residenti, contro il 15,4% del Nord-ovest, il 13,1% del Nord-est e il 17,3% del Centro. Le situazioni più gravi si registrano in Sicilia (50,2), Puglia (43), Calabriae Campania (38,8). I valori più bassi invece si ritrovano nella provincia autonoma di Trento (10,6), nel Veneto (12,1), inPiemonte (12,2), in Toscana (12,5) e in Emilia-Romagna (14,1).

Il matrimonio e le unioni civili

Il rapporto Istat 2014 segnala anche sempre meno celebrazioni di matrimoni che sono infatti in calo con almeno uno straniero e quelli celebrati con rito civile Ad eccezione di lievi variazioni congiunturali la riduzione della nuzialità è in atto dal 1972. Negli anni più recenti il fenomeno si è ulteriormente accentuato. Il quoziente di nuzialità è passato da 3,8 matrimoni per mille abitanti del 2009 a 3,6 del 2010. Questa diminuzione si è registrata per la prima volta anche per imatrimoni celebrati con rito civile, da decenni in costante aumento, che rappresentano, nel 2010, il 36,5 per cento del totale dei matrimoni (erano il 37,2 per cento nel 2009). Questo calo si spiega, in gran parte, con la diminuzione dei matrimoni con almeno uno sposo straniero: questa tipologia di coppia, infatti, per la quale il matrimonio civile rappresenta quasi l’83 per cento del totale, scende, nel 2010, all’11,5 per cento dei matrimoni complessivi, ricalcando, dunque, il calo che si era già manifestato nel 2009 (anno in cui la percentuale era scesa al 13,9 per cento dal 15,0 dell’anno precedente).

Non cambia il ruolo dell’Italia in ambito europeo: il nostro quoziente di nuzialità è sempre uno dei più bassi (siamo decisamente al di sotto della media Ue27 che, nel 2008, ultimo anno a disposizione, era pari a 4,7 matrimoni per mille abitanti). Se si considera l’Ue15, Danimarca e Finlandia, con un quoziente pari al 5,6 per mille, sono ancora i paesi in cui ci si sposa di più, mentre, allargando l’analisi all’intera Ue27, sono Cipro e Malta (con un quoziente pari, rispettivamente, a 7,9 e 6,2 per mille) i paesi con la nuzialità più alta. Si confermano ultime la Slovenia e la Bulgaria, per le quali l’indicatore è pari al 3,2 per mille.

Nel quinquennio 2005-2010 il calo della nuzialità in Italia, da 4,2 a 3,6 matrimoni ogni mille abitanti, si pone in una posizione intermedia nell’ambito dei paesi europei; la Lettonia e la Romania, invece, sono i paesi che, nello stesso periodo, subiscono il maggior calo (passando, rispettivamente, da 5,5 a 4,1 e da 6,6 a 5,4). La Polonia, d’altro canto, è nuovamente il paese caratterizzato dal maggiore incremento del quoziente, che, nei cinque anni presi in considerazione, sale da 5,4 a 6,0 per mille.

A livello territoriale il calo della nuzialità è piuttosto generalizzato, seppure rimangano le consuete differenze: anche nel 2010 è sempre il Mezzogiorno la ripartizione con il più alto quoziente di nuzialità (4,4 per mille), mentre le regioni del Nordovest, con il 3,1 per mille, sono quelle in cui ci si sposa meno. Il matrimonio continua a essere più frequente in Campania rispetto alle altre regioni (4,8 per mille), mentre si confermano la Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e provincia autonoma di Trento le regioni in cui le coppie meno si avvicinano all’altare a cui, nel 2010, si aggiungono anche le Marche. Il calo più consistente del quoziente di nuzialità, nel quinquennio 2005-2010, si manifesta nel Lazio e in Umbria (rispettivamente -1,1 e -1,0).

I matrimoni civili, diversamente dagli anni precedenti, mostrano una lieve diminuzione in tutte le ripartizioni. L’aspetto che, invece, rimane invariato è la differente distribuzione territoriale del rito civile: nel Mezzogiorno sono ancora poco più di un quinto i matrimoni civili, mentre al Nord sono sempre quasi la metà. Bolzano è ben al di sopra della media nazionale (il 62,7 per cento dei matrimoni sono civili), mentre la Basilicata, con una percentuale pari al 13,6, è la regione che si colloca all’estremo opposto della graduatoria.

Questi dati Istat 2014 ci restituiscono una composizione famigliare sempre più fuori dalle regole istituzionali e porta dritto al capitolo successivo

Instabilità coniugale: un fenomeno in costante aumento

Mediante la quantificazione e l’analisi delle separazioni e dei divorzi rilevato da Istat 2014 è possibile fare luce sull’instabilità coniugale, fenomeno sempre più diffuso nel nostro Paese. In Italia, nel 2010, le separazioni sono state 88.191 e i divorzi 54.160. Il numero di separazioni è aumentato dal 2000 del 19,4 per cento e quello dei divorzi del 44,9 per cento. Le separazioni concesse sono 14,6 ogni diecimila abitanti nel 2010; nel 2000 erano 12,6. I divorzi, invece, ammontano a 9,0 ogni diecimila abitanti (6,6 nel 2000).

Se per le separazioni la crescita si presenta continua, per i divorzi si nota, nell’ultimo triennio, una tendenza alla stabilizzazione.

In Italia, tanto per le separazioni quanto per i divorzi l’incidenza più contenuta si osserva nelle regioni del Mezzogiorno (rispettivamente 12,6 e 5,7 ogni diecimila abitanti): una quota particolarmente esigua si rileva in Calabria dove si sono verificate 9,0 separazioni ogni diecimila abitanti (3,8 i divorzi) e in Basilicata dove le separazioni sono state 10,6 e i divorzi 3,9.

Sul fronte opposto presentano, invece, le più elevate incidenze delle separazioni il Lazio (19,5 per diecimila abitanti), la Valle d’Aosta e la Liguria (18,1). Sempre la Liguria si mette in evidenza per la più alta quota di divorzi (14,7 ogni diecimila abitanti), seguita dalla Toscana (12,5).

All’interno dell’Unione in cima alla graduatoria dei divorzi nel 2010 si posizionano Lituania (3,0 divorzi per mille abitanti) e Repubblica Ceca (2,9), seguite da Belgio e Danimarca (rispettivamente 2,7 e 2,6).

I valori per mille abitanti mostrano una crescita raddoppiata tra il 2003 e il 2010 in Spagna (grazie anche a una riforma della disciplina legislativa, introdotta nel 2005, che semplifica la procedura di divorzio); all’opposto si nota un decremento nell’incidenza dei divorzi, ad esempio, in Repubblica Ceca, Estonia e Regno Unito.

Va segnalato, infine, il caso di Malta che non rientra ancora in questo confronto dato che il divorzio è stato introdotto solo recentemente in seguito all’esito positivo della consultazione referendaria del 28 maggio 2011.

autore

Gisella Bassanini

Gisella Bassanini

Docente e ricercatrice, ho una figlia, Matilde Sofia. Coordino le attività di  Smallfamilies aps di cui sono fondatrice e presidente.  Seguo in particolare  l’area  welfare e policy, le questioni legate all’abitare e per il nostro Osservatorio mi occupo dello sviluppo  di  progetti di ricerca sulle famiglie monogenitoriali e più in generale sulle “famiglie a geometria variabile”.

Abito a Milano (città che amo) e, dopo la laurea in architettura al Politecnico di Milano,  ho trascorso molti anni  impegnata  in università (dottorato di ricerca, docenza, scrittura di libri) e nella libera professione (sviluppo di processi partecipativi,  piani dei tempi e degli orari della città, approccio di genere nella progettazione architettonica e nella pianificazione urbana). Ora insegno materie artistiche nella scuola pubblica e continuo nella mia attività di studio e ricerca in modo indipendente. La nascita di mia figlia nel 2001 ha trasformato profondamente (e in meglio) la mia vita, nonostante la fatica di crescerla da sola. Da allora, il desiderio di fare qualcosa per-e-con chi si trova a vivere una condizione analoga è diventato ogni giorno più forte. Da questa voglia di fare e di condividere, e dall’incontro con Michele Giulini ed Erika Freschi, è nata Smallfamilies aps, sintesi ideale della mia storia personale e del mio percorso professionale.

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