Costume e Società

La famiglia… onesta

Alessandra Galasso
scritto da Alessandra Galasso

Mi è stato chiesto, “Perché non ci sono immagini di famiglie nell’arte moderna e contemporanea?” Ho pensato, “Gran bella domanda!”

Innanzitutto, penso che il motivo sia da ricercare nelle radici stesse dell’arte moderna, nella sua matrice romantica, imbevuta del culto del “genio e sregolatezza”, dell’affermazione dell’io (maschile) al grido di “épater le bourgeois” (sbalordire il borghese), l’imperativo tanto caro a Baudelaire e Rimbaud che ha segnato tutta l’arte del Novecento e che ancora sottende tanta arte contemporanea; l’unica in grado di destare l’attenzione dei mass media.

Con tali premesse, risulta quindi facile comprendere come la famiglia, valore borghese per eccellenza, figuri tra i bersagli privilegiati degli artisti moderni, uomini che desiderano stupire e scandalizzare attraverso atteggiamenti e comportamenti spregiudicati e anticonformisti. Se poi a ciò si aggiunge che, storicamente, monarchi, imperatori e dittatori hanno sempre esaltato la famiglia tradizionale in quanto elemento costitutivo del buon funzionamento della società e dello stato, non stupisce che gli artisti, più o meno riconosciuti e fino a qualche decennio fa, esclusivamente maschi, bianchi e occidentali, abbiano evitato o rifiutato la famiglia come oggetto di riflessione e rappresentazione.

Maschilismo, egotismo e ricerca della provocazione sono quindi i fattori che, a mio avviso, potrebbero spiegare tale assenza. Si tratta di elementi che permangono nonostante gli ultimi trent’anni siano stati contrassegnati dal progressivo e costante allargamento della scena internazionale ad artisti provenienti da paesi extra occidentali a partire dall’ormai mitica mostra Les Magiciens de la terre, curata da Jean-Hubert Martin al Centre Pompidou di Parigi nel 1989, progenitore del “format” delle odierne biennali d’arte contemporanea. A questo fenomeno occorre poi aggiungere anche quello che ha visto l’aumento dell’affermarsi di artiste. Tuttavia, sebbene questi cambiamenti abbiano generato veri e propri cambiamenti di paradigma nello scenario artistico internazionale, oggi si continua a registrare una fondamentale assenza del tema della famiglia nelle opere degli artisti contemporanei.

Mi sono ricordata di un’opera, sebbene ormai risalga a un quarto di secolo fa, in cui un artista ha ritratto una famiglia, la propria famiglia. Si tratta di una serie di foto realizzate da Richard Billingham, artista inglese nato a Birmingham nel 1970, le cui opere, a metà degli anni Novanta, suscitarono un certo scalpore, anche grazie al fatto di essere stato inserito nella mostra Sensation che lanciò sulla scena internazionale il gruppo dei Young British Artists. Nelle immagini che ritraggono la famiglia disfunzionale dell’artista vediamo il padre Ray, un disoccupato alcolizzato e la madre Liz, un’accanita fumatrice, sovrappeso, che ama trascorrere il tempo facendo dei puzzle. Anche gli strumenti scelti dall’artista per realizzare queste foto, come ad esempio la pellicola ordinaria acquistata e poi fatta sviluppare in un supermercato, finiscono per accentuare (se mai ce ne fosse bisogno), l’atmosfera di squallore, povertà e degrado sociale in cui versa la famiglia. Ricordo ancora l’effetto che tali foto suscitavano. Riuscivano, allo stesso tempo, a disgustare i benpensanti (secondo il classico adagio épater le bourgeois) e a smascherare l’ipocrisia degli stessi addetti ai lavori stupiti che un giovane artista in ascesa — maschio, bianco, inglese — avesse deciso non solo di rivelare al mondo le proprie origini “white trash” ma mostrava un masochistico compiacimento, uno sguardo che rasentava l’autolesionismo.

Se nell’idea di famiglia facessimo rientrare anche quella di famiglia allargata, mi viene in mente un altro esempio, che precede di dieci anni le foto di Billingham: la struggente The Ballad of Sexual Dependency (1985). Si tratta di una serie di foto, scattate dall’artista statunitense Nan Goldin a New York tra il 1979 e il 1986, presentate come un’installazione attraverso una diapo-proiezione accompagnata da una colonna sonora che varia, come anche la selezione delle immagini, ogni volta che viene presentata in pubblico. Le foto ritraggono amici, conoscenti, amanti, tra cui numerosi transgender, che Goldin stessa definì “la mia famiglia”. I soggetti sono catturati in momenti intimi, spesso in difficoltà o in evidente stato di alterazione causato dall’uso di sostanze stupefacenti così come anche colti in momenti di spensieratezza e allegria. Le immagini scattate dalla Goldin sono di fatto una fotografia di tipo sociale che ritrae gli abitanti di un demi-monde newyorchese, radicato soprattutto nel Lower East Side e oggi ormai scomparso. Queste immagini possono anche essere lette inserite nella tradizione americana della fotografia documentaristica di matrice sociale di cui fanno parte Jacob Riis, Lewis Wickes Hine, Walker Evans e Dorothea Lange. Molte delle persone ritratte nella The Ballad of Sexual Dependency non ci sono più, morte a causa di overdose o per complicazioni derivate dall’AIDS. Lo stile intimista, senza filtri, crudo e casuale, familiare ed esotico allo stesso tempo, ha creato un genere che ha dato vita a un vero e proprio stile che è possibile rintracciare in numerosi fotografi più giovani. Più in generale, documentare la propria intimità è diventato ormai un culto, imperante, transgenerazionale e transnazionale, un fenomeno planetario reso possibile dalla tecnologia e dalla diffusione dei social media. Tuttavia, il passaggio dalla pellicola fotografica al digitale ha spalancato le porte all’artificio, alla manipolazione, al ritocco a portata di dito, stravolgendo il senso originario stesso di intimità e autenticità. Oggi, più che mai, mi pare importante ricordare che un’immagine è frutto di uno sguardo, che è a sua volta il risultato di un pensiero. Come ha dichiarato Nan Goldin, “Non mi interessava fare delle belle foto; mi interessava essere completamente onesta.”

Resta da chiedersi perché la tristezza, la miseria, il degrado colpiscano lo spettatore come più onesti, rispetto alla felicità, la spensieratezza, la bellezza. Ma questa è un’altra domanda che meriterebbe ulteriori approfondimenti.

 

 

Immagini (dall’alto):
 
Richard Billingham, Senza Titolo, tratto dalla serie Ray’s A Laugh, 1996
 
Nan Goldin, Nan and Brian in Bed, New York City, 1983 

 

 

 

autore

Alessandra Galasso

Alessandra Galasso

Scrittrice, curatrice e docente di storia dell’arte e del costume, NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, Milano. www.alessandragalasso.com

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