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La storia di Claudio/seconda parte

Sf storie
scritto da Sf storie

[link la prima parte] Ogni pretesto era buono per scatenare una polemica o un litigio furibondo, qualunque cosa io dicessi riguardo ad un argomento qualsiasi era contraddetta o smentita davanti ai ragazzi. Sulle prime, cercavo di comprendere il perché fosse così plateale il suo rancore nei miei confronti, evidentemente avevo deluso le sue aspettative e il ferirmi davanti ai nostri figli era l’unica forma che aveva di comunicarmi che era finita per davvero tra noi. Alla lunga, la mia buona volontà, a non appiccare ulteriori incendi, svanì lasciando lo spazio solo al modo con cui avrei potuto ridicolizzare lei e le sue tesi.

Altro grande errore.

Nulla è più insopportabile a chi ritiene, giustamente o meno, di avere ragione, che il trovarsi davanti sguardi e sorrisi ironici. Era guerra totale e quando non ci si sparava contro era solo per la reciproca indifferenza alla presenza dell’altro.

Ognuno di noi cercava, nel proprio intimo, una motivazione per resistere fino il giorno dopo. Io credevo, per ingenuità, che il restare insieme fosse comunque meglio soprattutto per i ragazzi, lei, invece, sosteneva il contrario.

Con senno del poi, devo riconoscere che aveva ragione.

Così il 26 dicembre 2012 fui invitato a non farmi trovare in casa quando loro fossero rientrati dal pranzo di natale dai nonni, i suoi genitori. Nel periodo più cupo della crisi economica internazionale che aveva messo in ginocchio popoli interi, in quel pomeriggio di nevischio, tanto per rendere più tragica la situazione, sono uscito definitivamente dalla casa cui avevo vissuto per venti anni consecutivi svolgendo il ruolo di padre, marito, tutore, maggiordomo e casalingo: insomma il tipico “mammo italiano”.

Quel giorno è iniziato il mio peregrinare.

Per prima cosa ho voluto frapporre la più gran distanza tra me e lei; non sapevo come farle capire che quello che mi chiedeva era semplicemente assurdo: pretendeva che uscissi da casa, ma che fossi disponibile sin dal giorno dopo a venire ad occuparmi nuovamente dei nostri figli; così come se niente fosse.

Può darsi che io sia tacciato per uno che è fuggito lasciandola con tutto il fardello a suo carico, c’erano comunque tre nuclei familiari di nonni disponibili a darle una mano a tempo pieno, ma la mia vita cambiava radicalmente e le emozioni, anche dolorose, necessitavano di un tempo fisiologico di decantazione.

Quaranta giorni furono il mio esilio in quel di Marsala e Madrid.

In quel periodo la comunicazione anche con i ragazzi avveniva solo per sms; il solo sentirli al telefono mi faceva star male e immaginavo anche la loro sofferenza, dato il rapporto molto intenso che avevano con me. Il ritorno a Milano e il rivedere i miei figli in un’ottica differente, non vivevo più con loro, è stato emozionante e scioccante.

Era trascorso solo un mese e mezzo, ma sembravano anni.

La complicità tra noi era ostacolata da domande cui non riuscivo a dare risposte oltre al semplice ripetere: “La mamma e il papà non vanno più d’accordo insieme, ma per voi non cambia nulla perché vi vorremo sempre bene”. Ricordo la tristezza e l’impotenza che provavo quando dovevo andarmene da quella casa e avviarmi verso il luogo cui avevo trovato temporanea dimora. Da quel momento, infatti, accettando inviti, ospitalità e altro, ho soggiornato dappertutto e con chiunque. Cambio merce.

Il creativo, un tempo pluri premiato in Italia e all’estero, non potendo permettersi una casa in affitto, puliva e imbiancava appartamenti, svuotava cantine e montava mobili nelle abitazioni di coloro che lo ospitavano. Ho dormito ovunque: in loft esclusivi e in abbaini in cui non c’era neppure il materasso in terra. Spesso la cena era solo una bottiglia di vino per stordire il mio disagio. Mi ripetevo che se volevo risalire dovevo prima andare ancora più in fondo. Dovevo viverla intensamente quell’esperienza, anche se dolorosa e soffocante, per cercare di capire qualcosa di me stesso e delle relazioni affettive con le altre persone.

Ricordo che ho trascorso notti intere e pensare, pensare e pensare ancora. Avevo l’età dei datteri ed ero fuori dal mio giro professionale da così tanto tempo che neppure ricordavano, nel mio stesso ambiente di lavoro, il nome o volto. Le prospettive, quindi, si riducevano a zero. In altri posti, invece, non mi prendevano neppure in considerazione per il mio curriculum troppo settario e blasonato, ma totalmente inutile per le loro necessità. Volevano giovani extracomunitari per lavori faticosi e all’esterno e io ero troppo “anziano e colto” per andare bene.

In certe giornate, l’umore era nero e riaffiorava la convinzione di aver sprecato tutta la vita. Così ho vissuto per oltre un anno, frequentando, però, due volte la settimana i miei figli.

Il nostro accordo, sancito anche quello via sms, da quando mi sono separato non l’ho più rivista e neppure parlato al telefono, prevedeva che io potessi andare a trovare i ragazzi nei giorni cui lei era in studio con i pazienti; garantendo, ovviamente, che me ne sarei andato prima del suo rientro.

L’essere umano si adatta a tutto.

E così tornavo in quella casa a essere padre, ma a giorni alterni e a orari prestabiliti. I figli non sono solo di coloro che li fanno, ma soprattutto di chi li cresce. È la condivisione quotidiana che fa la differenza, e io sentivo che ogni giorno in meno che trascorrevo con loro perdevo qualcosa che non avrei mai più recuperato, ma tant’è.

Di necessità si fa virtù.

La mia fortuna è stata che da sempre l’orgoglio, ottuso e stupido, l’avevo regalato agli altri, quelli insicuri che però paiono essere tutti d’un pezzo, e mi era accordato con la vita che qualsiasi cosa mi avesse offerto l’avrei accolto come un dono.

Quindi, anche questa situazione nuova l’ho adattata a mio favore, ho accettato una mano da amici e da familiari, non chiedendo mai nulla, ma neppure rifiutando la disponibilità che mi era offerta.

Il vuoto affettivo, i miei figli mi mancavano eccome, l’ho colmato dedicando più tempo ed energie a tutte quelle cose cui avevo rinunciato da anni per prestare servizio in famiglia; non ultimo proprio a cercare anche di risollevare la mia antica attività professionale, seppur in maniera differente.

Ora sono più sereno e i brutti pensieri non mi inseguono più, anzi, ritengo di essere fortunato, sul serio, poiché ho vissuto, tra le tantissime esperienze di vita, anche quella del genitore a tempo pieno per oltre due decenni; gli anni più importanti per i ragazzi.

In questo periodo, i giorni che trascorro con loro sono saliti a tre e, quando ci vediamo, l’allegria e la complicità di una volta contagia nuovamente casa, condominio, quartiere, città.

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