Costume e Società

L’impatto negativo della DaD sulla vita delle mamme che lavorano. Un’indagine dell’Università di Milano-Bicocca.

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scritto da Smallfamilies

Durante i mesi di lockdown milioni di bambini e di ragazzi, dall’oggi al domani, hanno smesso di recarsi a scuola e hanno cominciato a sperimentare per la prima volta la Didattica  a Distanza (DaD). Ore e ore di lezioni in diretta o registrate, messaggi whatsapp, email, testi scritti e comunicazioni vocali, tutorial, video, hanno coinvolto insegnanti, alunni/studenti e le loro famiglie.

 

 

I ricercatori pedagogisti e psicologi del Dipartimento di Scienze Umane R. Massa dell’Università di Milano-Bicocca, da tempo impegnati nella ricerca e nella formazione in educazione, hanno deciso di promuovere sul tema un’indagine nazionale tramite un questionario online diffuso sui canali social (“Che ne pensi? La DAD dal punto di vista dei genitori”) raggiungendo  circa 7000 genitori per un totale di circa 10.000 bambini e ragazzi della scuola primaria e secondaria.

Al questionario (che poteva essere compilato solo da un genitore) hanno risposto in grandissima maggioranza donne (94%), di nazionalità italiana con un’età media di 42 anni, e con una composizione familiare che vede la presenza di un partner.

Il punto di vista emerso dall’indagine è dunque solo quello delle mamme. Purtroppo non sappiamo quante mamme single hanno partecipato a questo  sondaggio e neppure possiamo  conoscere  il punto di vista e l’esperienza dei padri scarsamente rappresentati in  questa iniziativa.

Per l’80% sono donne lavoratrici che durante il lockdown hanno continuato a lavorare (67%) molte in modalità smartworking (57%), concentrate in regioni del Nord-Ovest (70%) e meno in regioni del Centro (20%) e del Sud (10%). Più della metà  lo ha fatto avendo un lavoro dipendente, seguono le lavoratrici con  partita Iva. Una  percentuale (il 4% circa) ha anche affrontato la cassa integrazione.

L’impatto che ha avuto  la DaD sulla vita delle mamme che lavorano è preoccupante, soprattutto per chi ha figli piccoli.  Durante il lockdown, infatti, queste hanno trascorso  in media 4 ore al giorno ad aiutare i figli, impegno che si è aggiunto al quotidiano lavoro di cura domestico e familiare, oltre al lavoro retribuito.

Brutta, inefficace, difficile, demotivante, spiacevole, impossibile: sono gli aggettivi che le mamme hanno dedicato alla Dad, senza mai riuscire a mettere la crocetta su un attributo positivo”, annotano i ricercatori che hanno condotto l’indagine, e continuano: “alcune donne sono riuscite ad ironizzare sulle acrobazie quotidiane della gestione della famiglia con lo smart-working, che peraltro annulla i confini tra la vita privata e quella lavorativa e non concede orari. Altre hanno ammesso la difficoltà di tenere insieme tutti pezzi. Ma tutte avvertono: la chiusura della scuola non può essere l’unica soluzione anche in caso di seconda ondata o ne va della tenuta delle famiglie e del Paese”.

Il 65% delle madri ritiene che la didattica a distanza non sia compatibile con il lavoro e  una su tre pensa di lasciare il lavoro se a settembre i propri  figli non dovessero tornare in classe.

Il grande assente nel periodo del lockdown – evidenzia inoltre il rapporto di ricerca- è stato il malessere dei bambini, ma soprattutto dei ragazzi: si pensa in genere che soprattutto quelli del liceo abbiano affrontato meglio la situazione, ma in realtà sono proprio loro ad aver sofferto  più di tutti l’assenza di vita sociale, elemento insostituibile  in questa fase delicata della vita.

Durante il confinamento sono aumentati nei bambini e ragazzi la scarsa concentrazione e la noia, i sentimenti malinconici, di solitudine e di rabbia.

 

Investire sulla  scuola, non gettare tutto il peso sulle spalle delle famiglie e soprattutto delle donne  è l’appello finale che emerge dall’indagine.

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