Progetto Oltre la pandemia STORIE

Sobita che non c’è più. Ayaan (con Jamia, Muna e Nadia)

scritto da SF storie

Voglio raccontare la storia della mia amica Sobita perché lei non c’è più e io sono come una zia per le sue figlie.

Mi chiamo Afsana e vivo a Roma da dodici anni con mio marito e due figli.

Ho conosciuto Sobita  qui a Roma. Io ero già qui prima di lei. Lei è arrivata in Italia alla fine del 2018 e non conosceva nessuno. Io sapevo che lei era arrivata perché me lo avevano detto dei parenti miei che conoscono la famiglia di suo marito.

Suo marito si chiama Ayaan e ha 38 anni.

Sapevo che lei era sempre sola in casa così sono andata a trovarla.

All’inizio lei non sapeva bene cosa dirmi perché non era abituata al fatto che persone al di fuori della famiglia arrivano a casa tua, ma poi ha capito che volevo essere sua amica e ha parlato tanto con me. Lei parla solo bengali, non parla italiano e nemmeno inglese.

Mi ha detto tante volte che io sono stata la sua fortuna perché da sola non sapeva mai che cosa fare oppure dove andare, anche solo per fare la spesa. Diceva che le mancava tanto sua mamma.

Lei si era sposata al nostro paese, il Bangladesh, ed era andata a vivere con il marito a casa della suocera, come fanno tutti dopo il matrimonio.

Prima, con sua mamma e la sua famiglia, viveva vicino alla città, a Dacca, invece i parenti di suo marito vivono lontano, in campagna, quindi lei perde molti contatti.

Lei e il marito hanno due figlie poi lui parte e viene in Italia. Lei invece rimane a casa della suocera con le figlie per alcuni anni.

Suo marito viene a Roma e trova da lavorare. Lavora nella cucina di un ristorante e fa un po’ di tutto. Lui dice che il suo lavoro è “non qualificato”, ma è bravo, impara molto bene e lavora tanto così dopo qualche anno riesce a fare il ricongiungimento famigliare.

Sobita arriva in Italia con le figlie che hanno allora 8 e 9 anni. A scuola i maestri sono bravissimi, aiutano le bambine e insegnano subito a loro a parlare italiano. Loro imparano in fretta, anche il papà le aiuta, lui è molto bravo con loro.

Sobita invece si preoccupa tanto perché lei non capisce niente e non impara niente. Qui è tutto diverso dal nostro paese. Lì vivi sempre insieme con la famiglia, tutti insieme nella stessa casa, e questo a volte è difficile perché ognuno pensa a suo modo e stai quasi sempre a casa, se sei una donna, perché quando esci può essere pericoloso, non sai chi incontri. Esci poco, solo con il marito o altri uomini della famiglia.

In Bangladesh poi mancano tante cose però in famiglia, o nel villaggio, tutti si aiutano e non si è mai soli, così una donna può avere il tempo anche per fare altre cose oppure, se hai bambini, puoi lasciarli a qualcuno.

Nel nostro paese quando ti sposi impari tutto perché prima di sposarti non sai niente. La mamma decide tutto. Invece a casa della suocera devi imparare a fare tutto quello che serve per tenere una casa e anche ricevere degli ospiti, quando capita. E soprattutto impari ad avere un marito. Però non sei libera di fare come vuoi. La suocera dice sempre come si devono fare le cose, come si cucina, come si mangia.

È vero che tutti ti aiutano, anche il suocero o i fratelli del marito, però finisce che tu da sola non sai decidere niente. Neanche quando nasce tuo figlio, per l’aquiqah.

Da noi si fa una festa importante, aquiqah, per dare il nome a un bambino appena nato, dopo sette giorni che è nato, come il battesimo per voi, e lì si fa una grande festa dove tutti aiutano a organizzare.

Nel nostro paese c’è un sistema per cui in tutte le famiglie il capo è l’uomo, il marito. Lui decide, tu dici sempre sì. Il marito lavora, porta i soldi e la donna dipende da lui. E poi deve anche sentire le regole della suocera. Solo pochissime donne, in città, riescono a lavorare, a essere un po’ indipendenti.

Invece qui è tutto diverso. Nella coppia è sempre il marito che decide ma tu sei sola, non hai famiglia, non hai il villaggio, non hai aiuto e  non sai cosa fare perché non sei abituata a fare da sola, a decidere da sola.

Devi avere fortuna e avere un marito bravo che ti aiuta, che è allegro. Allora anche una donna può essere più indipendente, può decidere, magari anche lavorare. Ma non è facile.

Ayaan, il marito di Sobita per fortuna è molto bravo, lei lo diceva sempre.

Nel nostro paese gli uomini non aiutano mai in cucina, ma lui qui lavora in un ristorante quindi conosce la cucina italiana e ha anche insegnato a lei a cucinare cose italiane.

Alle figlie piace tanto la pizza oppure la pasta e altre cose. Lei ha imparato, però ha fatto molta fatica ad abituarsi a cibi come il formaggio. Per lei puzza tantissimo e all’inizio non le piaceva per niente.

Io ho il cuore a pezzi quando penso che lei non c’è più. Lei era molto brava, parlava sempre del Corano. Diceva che bisogna seguire le regole del Corano tutti i giorni perché solo così siamo sicuri di essere buoni. Era molto attenta su questo anche per le sue figlie.

Dopo più o meno un anno che lei era arrivata in Italia si era abbastanza abituata e poi è rimasta incinta. Erano tutti contenti, anche Jamia e Muna.

Lei ha fatto tutti i controlli medici ed era contenta perché nel nostro paese tu paghi tutto, dottori, ospedali e poi, anche se paghi, è tutto brutto, anche quando nasce bambino ti mettono per terra, non ci sono i letti oppure i letti sono sporchi. Non è come qua. Qua fai le visite e non paghi.  Però spesso i dottori ti trattano come se tu non sapessi niente, non ti chiedono neanche se hai già avuto figli. La tua esperienza non interessa. Non hanno pazienza magari solo perché parli poco italiano.

Sobita ha già avuto due figlie quando era in Bangladesh e là aveva fatto tutto quello che le diceva la suocera, nel periodo di attesa e anche dopo. Nel mio paese è ancora normale partorire in casa perché per andare in ospedale devi avere molti soldi. Così a casa non c’è ostetrica che ti segue e tu fai quello che ti dice la mamma o la suocera.

Qui in Italia Sobita fa tutto come le dice la dottoressa ma poi parla anche con la suocera, via skype al telefono, e io so che non mangia diverse cose in quel periodo.

Poi arriva il covid e lei è incinta a casa, così io non so se lei va avanti a fare i suoi controlli. Lei ha molta paura, ha paura dell’ospedale, ha paura di uscire. Ho parlato sempre con lei al telefono e mi sembrava che andasse tutto bene. Ma certo la situazione era molto difficile perché era tutto chiuso, Ayaan non lavorava e Jamia e Muna non avevano il computer.

La scuola ha poi dato a tutte e due un piccolo computer e delle schede telefoniche così potevano per fortuna seguire le lezioni e fare i compiti, ma tutto quanto è stato un grande problema per loro.

Tutto il periodo della pandemia è stato un grande problema con tanta preoccupazione perché loro erano soli e con pochi soldi. Io non li ho visti per mesi quindi non so bene che cosa lei fa o non fa, come mangia, se si riposa, non so neanche che cosa dice a suo marito, se magari sta male o ha dolori.

Così, quando arrivano gli ultimi giorni prima del parto, lui capisce che lei non sta bene, che c’è qualcosa, forse anche la febbre, ma lei vuole aspettare, ha paura. Alla fine vanno all’ospedale all’ultimo momento, lei fa fatica a respirare così devono fare un parto cesareo d’urgenza però poi lei non si sveglia più. Aveva dei problemi ai polmoni, non so che cosa e non so se c’entra anche il covid. La bambina è salva ma lei no. Lei muore il giorno dopo. Aveva 30 anni.

Dopo che Sobita è morta, Ayaan non sa come fare. Deve lavorare ma c’è la bambina piccola e non ci sono parenti per aiutare. Al nostro paese la comunità è come una famiglia ancora più grande, ma qui non c’è, non esiste quel sistema del villaggio.

Lui lavora sempre nella ristorazione ma solo come precario perché deve lavorare la sera o la notte e avere il giorno libero per stare con la figlia piccola, che si chiama Nadia. Il prossimo settembre Nadia avrà tre anni così per fortuna potrà iniziare ad andare all’asilo.

Però quando lui lavora alla sera, sono Jamia e Muna che si occupano della piccola Nadia.

Loro, poverine, ancora tanto piccole anche loro, devono fare tutto per lei, dare biberon, cambiare, e lei piange anche tanto.

Loro sono bravissime a scuola, sono proprio serie e si impegnano, come dicono le maestre, ma certo non è facile per loro tenere la bambina e studiare e cucinare, metterla a dormire, la casa è piccola. Io le aiuto se posso, ma abito lontano, dall’altra parte della città, e soprattutto per la situazione del covid non è facile.

Jamia e Muna vanno nella stessa scuola e la scuola li aiuta molto. C’è un bravo preside e anche dei bravi genitori che sanno della situazione e con la loro associazione hanno chiamato Ayaan per aiutarlo con i compiti delle bambine a casa, con le medicine, i pannolini e il latte. E anche la segreteria della scuola l’ha chiamato per dire che ci sono persone con progetti per il diritto allo studio che possono aiutare Jamia e Muna.

Per grande fortuna nessuno di loro si è ammalato, nessuno ha preso il covid e Ayaan ha sempre portato Nadia a fare controlli, anche da una pediatra di un’associazione che fa visite gratis e regala anche latte in polvere.

Ayaan non vuole chiedere aiuto ai servizi sociali, lui ha sempre paura che magari poi loro gli tolgono la bambina perché lui è un precario.

Penso che sia stato proprio una grande sfortuna che lei fosse incinta nel periodo del covid. Magari in un periodo normale tutto poteva andare diversamente.

Lei aveva tanta paura per il bambino nella pancia ma anche per le bambine grandi.

Io spero tanto che loro possono avere ancora aiuti dal Comune o dalla scuola.

Io faccio tutto quello che posso e auguro a loro tanta felicità nel futuro perché sono stati proprio tanto sfortunati.

Siamo tutti noi venuti in Italia dal Bangladesh perché vivere nel nostro paese è difficile, è un paese tanto povero, siamo tutti poveri, manca tutto, manca l’acqua, manca il gas.

Qui da voi bisogna abituarsi, all’inizio non è facile, ma poi va sempre meglio. Io certo adesso non vorrei tornare là. Tornerei solo per vedere i miei fratelli e mia sorella.

Al nostro paese le donne non studiano, quasi nessuna, e Sobita diceva sempre che invece lei voleva che le sue figlie studiano perché, quando sai le cose, pensi meglio e sai come fare le cose giuste. Io spero tanto che tutte e tre le bambine, Jamia, Muna e anche la piccola Nadia, io spero che loro possono studiare e anche fare l’università, come desiderava la loro mamma. La mia amica Sobita.

autore

SF storie

È il team che si occupa di raccogliere e pubblicare le storie scritte direttamente dai protagonisti, che non sempre desiderano svelare la loro identità. Se vuoi mandarci la tua storia scrivi a associazione@smallfamilies.it, allega una fotografia e una liberatoria in caso di foto di minori oppure specifica che desideri l'anonimato.

lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi