STORIE

Una smallfamily in mezzo alla pandemia

SF storie
scritto da SF storie

Siamo arrivati a novembre di questo inverosimile 2020. Mi sembrava di essere appena riuscita a vedere con una certa distanza e lucidità i mesi primaverili del lockdown che mi ritrovo di nuovo in una situazione di profonda incertezza e precarietà. Siamo zona rossa, di nuovo tutto chiuso. Ci troviamo in mezzo alla pandemia, io e mio figlio M. di 4 anni. Abitiamo in una città del nord d’Italia, in un mondo che sento rimpicciolirsi sempre di più. Io lavoro come medico e lui frequenta la scuola dell’infanzia, sperando possa continuare a farlo.

Cerco di ripercorrere quanto vissuto negli scorsi mesi e di pensare a delle possibili “strategie” per il prossimo periodo. Non so come, ma ho chiaro l’obiettivo che non vorrei ripetere ciò che è stato in primavera.

A febbraio la prima emozione che mi ha travolto con l’arrivo di questo misterioso e minaccioso Coronavirus è stata la paura di potermi ammalare. Per i miei vissuti e la situazione di monogenitorialità (il padre non è presente in alcun modo) la mia preoccupazione più grande è sempre stata quella di non potermi prendere cura del mio bambino o addirittura lasciarlo solo.

Per fortuna questa paura si è poi affievolita lasciando spazio allo stress e alle difficoltà dell’organizzazione familiare. Conciliare lavoro e accudimento di un figlio piccolo con scuole chiuse, nonni isolati perché categoria a rischio, baby-sitter difficili da trovare e con disponibilità limitate. Uno sforzo incredibile, a mio avviso non visto né sostenuto dalle istituzioni, da cui mi sono sentita lasciata sola. 

Altri Paesi europei si sono dimostrati più attenti a questa nostra tipologia di famiglia, garantendo ad esempio sempre un’assistenza scolastica per i bambini, risparmiando così qualche salto mortale ai quei genitori che in quel periodo dovevano (e fortunatamente potevano) comunque lavorare e permettendo ai bambini di mantenere una rete sociale esterna.

A questo si è sommata la fatica di una prolungata e forzata reclusione. Sempre in casa, sempre noi due. Tanto affetto, complicità e momenti belli, ma anche tante giornate lunghe, monotone, difficili da scandire, nonostante i tentativi di strutturazione e proposte di diverse attività. La fortuna di M. è di essere un grande “giocatore” e il gioco è stato per lui un’importante risorsa. Stimo molto il mio bambino e cerco di sostenerlo, ma che fatica! Mi coinvolge sempre di più, ma io non ho le sue abilità né la sua tenuta per giocare ore e ore, giornate e settimane. Nel frattempo ritorna a dormire stabilmente nel lettone, lo vedo più nervoso, anch’ io lo sono e il mio umore è più cupo. Arrivano il suo compleanno, poi Pasqua. Una grande torta con glassa e zuccherini, un pranzo al sole nel nostro minuscolo balcone, auguri furtivi con i nonni per strada nascosti dai militari che pattugliano la zona.

Molta tenerezza e amore, ma mi sento anche in gabbia e sola. Mi mancano la libertà, la natura e i contatti con gli altri, inizio ad essere insofferente verso quelle limitazioni dettate dalle stesse istituzioni noncuranti dei nostri bisogni.

Mio figlio preferisce ormai non uscire, credo abbia paura. Passa di continuo una macchina della protezione civile che intima di stare a casa per la situazione di pericolo sanitario. Per strada e in fila fuori dal supermercato abbiamo intercettato sguardi e commenti di sospetto e frustrazione.

Poi finalmente arriva l’estate. Ci riapriamo al mondo, riprendiamo i contatti con nonni, zii, cugini e amici, ritroviamo le montagne e il mare, facciamo qualche piccolo viaggio.

A settembre comincia di nuovo anche la scuola, che gioia!

Ci riprendiamo rapidamente tutti e due da questo periodo difficile. Vedo il mio cucciolo cresciuto, felice, mi sembra sia diventato più socievole e sicuro. È intraprendente con i suoi amici e va per la prima volta a dormire dai nonni, con grande entusiasmo e soddisfazione.

Anch’io mi sento meglio, con una nuova consapevolezza e determinazione. I mesi di “chiusura forzata” è come se mi avessero fatto capire meglio quanto io e M. non ci bastiamo l’un l’altro: per quanto sia forte il nostro legame e tanto l’amore nella nostra famiglia, abbiamo bisogno anche del mondo “fuori”, delle amicizie, della famiglia allargata, della scuola e del lavoro.

Adesso rispetto a prima sento una maggiore spinta a cercare qualche momento per me e ad investire di più nel lavoro, con meno senso di colpa, convinta che questo non sia privativo ma possa invece rappresentare un’energia positiva per la nostra relazione. Probabilmente sta anche scemando un po’ alla volta la vergogna di essere una famiglia non convenzionale e crescendo la consapevolezza della nostra dignità e forza.

Nonostante tutte le difficoltà di questo periodo mi sembra che ce la stiamo cavando piuttosto bene! Ma in questa situazione di così grande precarietà sono anche preoccupata e stressata, emozioni peraltro purtroppo spesso familiari ad un genitore unico anche in periodi di “normalità”.

Mi sarebbe di grande sollievo sentirmi sostenuta dalle istituzioni in questa situazione, ma credo di dover provare a immaginare anche delle possibili “soluzioni fai da te” nel caso di uno scenario analogo a quello di questa primavera, perché questa volta so che non ci potremo chiudere in casa e al mondo per mesi, non è sostenibile per la nostra famiglia.

Non so ancora bene come, né come poterlo conciliare con le prescrizioni dettate dall’attuale situazione di emergenza, ma credo che il cerchio delle nostre relazioni, seppur ristretto e attento, non dovrebbe limitarsi solamente a noi due.

Penso si dovrebbero trovare delle soluzioni per aiutare le madri e i padri soli a conciliare famiglia e lavoro e sostenere in generale i genitori impegnati in prima linea nella gestione di questa emergenza sanitaria. Una possibilità potrebbe essere quella di attivare un servizio di accoglienza “di emergenza” per questi bambini nelle stesse scuole nel caso venissero chiuse, permettendo loro in questo modo di mantenere riferimenti importanti, in questa situazione di per sé incerta e potenzialmente stressogena. Altri possibili interventi di supporto in caso di chiusura delle scuole potrebbero essere quello di facilitare l’individuazione e la condivisione di baby-sitter o quello di trovare strutture apposite in grado di ospitare piccoli gruppi di bambini i cui genitori non possono in tale fase restare a casa dal lavoro.

E poi non vorrei smettere mai di uscire, cercando qualche angolo sconosciuto della nostra città e scorci di natura. Non servono grandi spostamenti, ma almeno poter andare alla ricerca di qualche piccola avventura a piedi o in bicicletta.

Auguro questo a M. e a me per il prossimo periodo e per il nostro futuro, di non richiuderci, ma di aprirci sempre di più agli altri e dal mondo, nonostante le nostre paure e la paura del virus. Credo che questo possa essere un buon ingrediente per custodire e far crescere al meglio l’amore speciale e grande della nostra piccola famiglia.

 

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SF storie

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