Progetto Oltre la pandemia STORIE

Urla pandemiche The Green Lizard (figlia, ancora per poco)

scritto da SF storie

Litigano senza parlarsi, litigano con gli occhi, con la pelle, ruminano il loro odio e il loro risentimento come se fossero mucche. Ma come si fa a vivere per anni un amore che è solo di facciata?  Una facciata fragile di cui noi vedevamo le crepe diventare sempre più profonde, allargarsi improvvise come quelle implacabili sullo schermo del mio telefono caduto senza colpa, poraccio. Sembrava sempre che tutto dovesse esplodere e poi invece, calma piatta.

La pandemia è stata l’apoteosi.

Si erano separati da due anni, più o meno. Finalmente. Una liberazione. Basta rabbie, malumori, che poi, detto tra noi, mi volete spiegare che cosa significa fare qualcosa per il bene dei figli? Per proteggerli? Tutelarli? I figli che si nascondono nell’armadio per non sentirli? Ma non è forse solo e soltanto una questione di comodo? Anni e anni a tentare di farci credere che l’amore è anche questo, è anche urlarsi addosso, ogni tanto, è anche tirarsi qualche piatto, from time to time. Poi ci si ritrova, ci si capisce anche meglio, si continua a crescere insieme. Ma non se ne rendevano conto? Questa era la zuppa, anyway. Per fortuna, poi, anni dopo, hanno iniziato a dirci anche cose diverse. Meglio tardi che mai.

Ho 18 anni, ancora un anno di scuola, questo per fortuna sta per finire, e poi. E poi, via. Non so come, non so dove, ma via, via. E certamente non mi sposerò mai, questo è scontato.

Comunque, tornando a noi oggi, ecco che nel 2018 finalmente il famoso salto nel vuoto. Che poi vuoto mica tanto. Noi siamo rimasti a casa con lei, mamma, madre, ti voglio bene, lo sai, è stato tutto un guadagno. Finalmente l’aria non aveva più quel sentore elettrico, sembrava persino profumata. Lavanda. Lieve, buona. Un’aria buona.

Lui invece aveva finalmente trovato una soluzione accettabile. Certo, non potevamo mai stare da lui a dormire, troppo piccolo il posto, un monolocale, però carino, sempre tanta musica, tutti i suoi dischi che occupavano tutto lo spazio e avevano lasciato mezza casa nostra vuota.

Vicino anche a noi, più o meno. Quindi una cosa così, neanche male. Con lui da solo ci rilassavamo anche. Tutta un’altra storia rispetto a prima.

Nessuno dei due sembrava avere avuto altre storie, ma non ci giurerei.

Lei lavora in ospedale, infermiera. Ospedale vicino a casa. E lui? Lui grafico. Lei pratica, lui creativo, come si dice. Lei ordinata, lui un bel po’ meno. Lei che si toglie le scarpe appena entra in casa, lui che cammina sul tappeto dopo aver sguazzato in una pozzanghera. Lei che cucina leggera, tante verdure e pastrocchi genere macrobiotico, lui carnivoro nel profondo. Lei che dorme sommersa dalle coperte, lui che dorme nudo con una copertina anche a -20.

Insomma una coppia ben assortita. Ecco, quindi, che alla fine giustamente, finalmente, si mollano.

E poi arriva il 2020. E arriva anche il covid. Subito. Marzo 2020. Lui. Lui che non ha più i genitori, quei nonni lì sono entrambi morti da un bel po’, io nemmeno me li ricordo, lui che ha bisogno, lui che quindi torna a casa, viene rinchiuso in camera di mio fratello, viene accudito dall’infermiera, chi meglio di lei? Infermiera stressatissima, potete immaginare, lavorando in ospedale in epoca covid, infermiera dagli orari assurdi, infermiera dal cuore grande quasi come le sue occhiaie. Così lui non è finito all’ospedale, l’ha svangata a casa, bell’acciaccato, ma alla fine bene. Non ci ha neppure contagiati. E noi, io e il bro, mio fratello, a cucinare pasta. Pasta. O riso. Molta pasta e molto riso. Non è che sappiamo fare molto altro.

I nonni, quelli materni, vivono altrove, non in città, tanto meglio per loro, soprattutto in quel momento, quindi noi eravamo soli. Noi quattro. Di nuovo.

All’inizio era tutto talmente assurdo, mettendoci in mezzo anche la paura, eh sì certo, non si sapeva niente, nessuno capiva, nemmeno in ospedale, come sapeva bene lei, e mettendoci dentro anche la scuola, la fatidica dad, un casino totale, da vomito. Non si capiva niente e stare a casa rinchiusi sembrava la scena di un brutto film di scifi. Mio fratello ha rischiato di sclerare. Più volte. Lui è il tipo da: gioco a rugby perché amo i miei amici e passare la palla indietro a un amico è la goduria massima, che include anche tanto fango, corse, allenamenti assurdi. Immaginatevelo a casa. A dormire in camera mia. C’è mancato poco che ci menassimo sul serio, il mio naso è ancora integro per pura fortuna.

Lei la vedevamo pochissimo, un fantasma che transitava ogni tanto, mangiava qualcosa e si affannava a star dietro a lui. 52 mascherine, caschi, tute da astronauta, un delirio.

E poi? Poi il momento critico passa, lui si rimette, noi ci siamo dati una calmata, la scuola a distanza continua a far schifo ma qualcosa tocca pur studiare, mio fratello sembra accontentarsi delle uscite a buttare la spazzatura come miglior diversivo e arriva quindi anche il momento fatidico. Se ne va? Non se ne va? Ma allora se ne va o no? Pare che non se ne vada. Perché, why? Non so. Alla fine rimane. Esce da camera di mio fratello e si piazza di nuovo in fondo, nella “loro” camera.

E naturalmente, dopo un po’ riecco le urla. Le urla pandemiche, però, io e mio fratello, come dire, ce le mettevamo via classificandole come situazione temporanea. All’inizio: lui è ancora debole, deve rimettersi del tutto, quindi okay, ci sta. Ci mettiamo via tutto. Scariche adrenalitiche comprese. Poi però guarisce del tutto. Quindi? Va? Sta? Sta. A questo giro è diventata: non ha nemmeno il wifi, lavora in smart working, è tanto più comodo qui, in fondo anche per voi è meglio. Meglio? Meglio in che senso?

Avevano separato i letti, per fortuna il letto matrimoniale consta di due reti, e cercavano di vivere da separati in casa, come si dice, e noi pensavamo: vabbè, separati in casa a tempo determinato, si può fare.

Invece loro due a un certo punto hanno di nuovo, davvero, sul serio considerato l’ipotesi di rimettere tutte le cose come prima. Riunire il letto e tornare a urlarsi addosso ancora di più. E l’hanno fatto. Unbelievable. Lui è rimasto per tutto quello strano tempo pandemico. Un anno almeno.

Quindi eccoci di nuovo nel film horror. Che stanno facendo? Che si raccontano? Ma non gli è ancora bastata? E invece, proprio così. Ci hanno riprovato. Incredibile.

Ma poi  il film non ha cambiato trama. A parte qualche bella situazione, qualche serata rilassata, a parte qualche risata qua e là, dopo che so, due, tre mesi, forse quattro, a poco a poco eccoli di nuovo lì, uno di qua uno di là dal tavolo della cucina, in piedi, lei con le braccia conserte, lui con le mani sul tavolo, tutto teso a sporgersi in avanti, quasi a dare slancio alle sue parole, alle sue urla, per meglio dire.

Rieccoci, di nuovo. Come se avessero ancora bisogno di incicciare il loro rancore, come se non fossero bastati tutti gli altri anni per far fuori, boh, far fuori che cosa poi? Io non me lo so spiegare. Bisogna arrivare a raschiare il fondo per poter risalire? Questa bella pillolina di saggezza spiega tutto? Forse. Fatto sta che lui era sempre lì, oltretutto in smart working, al telefono ore e ore, il che era piuttosto snervante. Per fortuna io e il bro avevamo di nuovo le nostre camere.

Ma il monolocale non l’aveva mollato. L’ho scoperto dopo. Naturalmente allora pensavo di sì, immaginavo che le sue cose fossero in un deposito o da qualcuno. Perché pagarsi un affitto inutile? Oltretutto stando in una certa penuria economica, parole sue, per cui non è che ci si possa permettere granché. Perché l’aveva tenuto, allora? Mah, si vede che ci credeva proprio nella reunion.

Fatto sta che poi, autunno 2021, dopo aver trascorso quel memorabile periodo pandemico della vita all together, lui si rifa i bagagli e se ne esce di casa, mogio mogio, manco avesse preso una scarica di legnate.

Ed è stato solo verso Natale che ci hanno parlato cercando di essere un po’ onesti, mi viene da dire. Onesti con se stessi, prima che con noi.

Lei con mille parole, lui con qualche decina, hanno cercato, forse, dico forse, di dirci la stessa cosa. Parlandoci in separata sede, soprattutto, è difficile parlare con me e mio fratello insieme, lui soffre, si alza, ascolta e non ascolta e se ci sono io, non so, si mettono in mezzo anche le cose che ci sono fra noi due ed è subito un casino. Abbiamo solo un anno di differenza, lui è più grande di me anche se è ancora in quarta anche lui, bocciato l’anno scorso, ma come avrete capito sembra che veniamo da galassie opposte.

Quindi, per una volta, bene hanno fatto. Intendo a cercare di parlare o con me o con lui.

Per dirci che si vogliono bene, che l’amore ha strane facce e strani modi, che ci si prova perché la speranza c’è, che se si potesse vivere senza le impellenze quotidiane, che se si potesse vivere senza pianificare, se si potesse semplicemente fare quel a ciascuno pare senza urtarsi, se se se, ecco, se fosse sempre possibile incastrarsi come ruote di un ingranaggio, ecco, allora. Allora l’amore è una meraviglia. Purtroppo ci si incastra solo quei due o tre minuti all’anno e ci si illude che valga la pena di soffrire per avere quei tre minuti all’anno.

Finché è capitolazione, resa. O sconfitta.

Noi, io e il bro, stiamo meglio, giuro, non è che se sono un po’ cinica significa che non abbia anch’io sofferto la mia buona parte, quindi meglio così. Il bro dice che se ne frega, che non gli frega, che facciano quel che gli pare, non è vero, ovvio.

Invece ancora non ho capito loro come se la vivono.

In ogni caso è troppo presto per dire. Vediamo che succede. Sempre che dopo la pandemia non arrivi la guerra vera. Di quella ho paura, altro che covid. Sopporterei di nuovo le loro urla, piuttosto.

 

autore

SF storie

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