DIARIO D'AUTORI

Claudio• Mai arrendersi

“Così breve è il nostro

Cammino in questo sogno.

Il mondo di una rosa.

Ma noi lo rendiamo

Immenso

Con soste di lunghi dolci baci

Sulle foglie aperte”.

(anonimo egiziano XVI-XI ac)

Questi pochi versi hanno nutrito l’anima in parecchi momenti della mia esistenza e mi hanno dato conforto quando ho dovuto affrontare alcune situazioni difficilissime, e dolorose, riguardo alle questioni sentimentali.

Conviene mettersi in gioco e ricominciare di nuovo da capo, quando non funziona la storia, o far finta di niente e confidare in una mano divina, nella speranza che col tempo tutto possa aggiustarsi, soprattutto se si hanno dei figli?

Sono stato entrambe le cose.

Ho sciolto legami affettivi che ritenevo non funzionassero, facendo soffrire chi invece avrebbe voluto proseguire con la mia frequentazione, e ho subito la decisione di chi non vedeva l’ora di liberarsi di me, nonostante io non fossi d’accordo.

Mi è dispiaciuto per coloro che hanno patito le mie scelte, e solo quando mi sono ritrovato nella medesima condizione ho compreso il significato del loro dolore.

In quei frangenti, ricordo, il dubbio e la paura erano sentimenti ricorrenti.

Starò facendo la cosa giusta, lasciandola, o me ne pentirò per il resto della vita?

Nell’altra situazione, invece, ritenevo che non avrei mai più incontrato una persona speciale come lei che mi stava abbandonando.

Le opinioni, i consigli o i moniti al mio indirizzo, non hanno mai sortito il risultato sperato.

Sono sempre stato solo in quel frangente e nessuno ha potuto sostituirmi, sia nel decidere sia nel subire, anche se, qualche volta, avrei tanto voluto delegare altri al posto mio.

Ma è andata così.

Quando siamo noi a sciogliere il legame, il periodo immediatamente successivo è un momento liberatorio, quasi euforico, e ci sembra di essere nuovamente padroni della nostra esistenza e compiliamo elenchi di propositi che vogliamo iniziare o riprendere a fare.

Ci sentiamo bene, ci consideriamo belli e il mondo intero è piacevole e tutti ci sorridono.

O almeno così crediamo.

E dopo un tempo ragionevole, la spensieratezza diviene allegria ogni qualvolta si riesce a conoscere una persona nuova; sconosciuta alla cerchia delle nostre amicizie abituali.

Ci apriamo al mondo e tutto diviene possibile.

Fantastichiamo ad occhi aperti e le suggestioni animano la mente e il respiro diviene lieve e non vediamo l’ora che giunga il momento del famoso incontro.

Viviamo con intensità e ne siamo consapevoli.

Nell’altra condizione, invece, è lo stesso mondo a crollarci addosso e nessun futuro ci appare oltre al nero che offusca la mente.

Non c’interessa niente e tutto ci sembra inutile e ci sentiamo orribili, insignificanti.

Arriviamo al punto di abbruttirci in modo tale che neppure riconosciamo noi stessi guardandoci allo specchio.

E allora ci rintaniamo nel dolore, nella disperazione e frequentiamo solo rimpianti e lacrime.

Abbiamo paura d’ogni cosa e consentiamo ai pensieri negativi di albergare nella nostra mente e iniziamo anche ad accarezzare l’idea di gesti estremi.

Io ho vissuto questi momenti, euforia e tristezza, prima di avere una relazione con una donna importante per la mia vita che mi ha donato due figli, e sono stati loro, quando poi ci siamo separati, a proteggermi dal ricadere in simili stati d’animo.

Ma questa è una storia legata al passato.

Ogni volta che rileggo la poesia, mi emoziono ancora; tanto che avrei voluto scriverla io, se mai ne fossi stato capace.

L’amour…

Non passa giorno che non ci si pensi; anche solo per pochi istanti, e, sovente, magari in modo non propriamente positivo, date tutte le complicanze e i patemi che ci regala.

Ma non si riesce a farne a meno.

Certo, parlarne adesso con quello che si legge sui giornali, si corre il rischio di essere fuori luogo, però, forse, è proprio in questi momenti che si dovrebbe ricercare quel sentimento che ci lega agli altri.

Rinchiudersi in noi stessi, nelle nostre abitazioni e nelle sempre più ristrette e selettive amicizie è il primo passo di un percorso che ci conduce all’isolamento e, infine, alla paura.

Meglio non pensarci e uscire in mezzo ai nostri simili.

Alcuni di noi, genitori separati, hanno il desiderio, mai esplicitato in modo palese, di volerci nuovamente riprovare con …l’amour.

Evidentemente, in fondo all’anima, siamo degli ottimisti; non c’è bastata l’ultima legnata sentimentale.

Ci rifiutiamo di credere che il nostro “…breve cammino in questo sogno…” sia terminato e noi si sia condannati ad un’esistenza solitaria e auspichiamo, quindi, incontrare la persona speciale.

Magari non subito, anzi, quasi mai immediatamente.

Le ferite della separazione si cicatrizzano nel tempo e per taluni è un periodo lungo, infinito, poiché subentra il senso di fallimento personale, d’inadeguatezza e la paura di soffrire ancora.

Dannata fifa.

E se ciò non fosse sufficiente, in alcuni casi, potrebbe aggiungersi anche la frustrazione per la difficoltà oggettiva del momento: mancanza di un lavoro stabile, di un’abitazione propria e di quanto necessario per condurre una vita dignitosa.

Un vero incubo.

Io appartengo a questa categoria d’individui.

Oddio, la mia esistenza è più che dignitosa, anzi direi fortunata, perché pur essendo privo di quanto sopra elencato, sono attorniato da persone “speciali” che mi coinvolgono nel loro vivere assolutamente gradevole.

Ma la frustrazione permane perché cosa potrebbe offrire, se mai incontrasse la persona della vita, va beh, della porzione che resta…chi non dispone nulla di più di ciò che si porta addosso?

Non è paradossale pensarla così.

Alcuni, già incerti se riprovarci o no, per codardia preferiscono nascondersi dietro agli ostacoli e nicchiare, prendendo tempo e perdendo l’attimo fuggente.

Non tutti, per fortuna.

L’entusiasmo cui i famosi ottimisti accolgono come doni preziosi il condividere anche solo qualche serata al cinema, a cena o in un abbraccio notturno, lascia ben sperare.

A volte, la genuina disponibilità nei confronti degli altri s’infrange, però, contro la loro resistenza o peggio ancora il respingimento.

Evidentemente sono individui fragili, ancora scottati dal fallimento sentimentale precedente e, timorosi di ustionarsi ulteriormente, declinano qualsiasi forma di approccio con gli altri.

Ce ne sono tanti così e più si crogiolano in questa condizione, accettabile solo se è un tempo ragionevole ma incomprensibile quando diviene interminabile, e meno se ne rendono conto.

La diffidenza nei sentimenti non é mai un buon concime, potrebbe, infatti, trasformarsi in avarizia affettiva.

E allora?

Niente.

Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, e perciò ritengo che sia più un problema loro; semmai a noi rimane il rammarico che non abbiano saputo comprendere il dono che volevamo offrire.

Tutto qui.

Tra i pavidi esistono pure gli “arroganti”, i quali rifiutano queste briciole di felicità adducendo, come pretesto, che loro sono alla ricerca di una relazione seria e definitiva sin da subito e che non hanno tempo da perdere in esperimenti o altre frivolezze.

E guardandoti dritto negli occhi, aggiungono con tono severo, quasi per annichilire obiezioni di sorta, che non sono per nulla interessati alle avventure o, e ci mancava pure quest’affermazione, alla famosa “una botta e via”.

Che invidiabile sicurezza e che presunzione!

Il mondo intero, se si dovesse dar retta a simili risposte, aspettava solo la loro apparizione pubblica domandandosi, ripetutamente, dove mai fossero stati nascosti fino ad ora.

L’umanità tutta, infatti, deambulava alla ricerca di simili perle rare, le cui qualità sono universalmente riconosciute.

Cioè, fatemi capire, costoro, dopo essere usciti da un’esperienza fallimentare, con ancora addosso un sentimento “inquinato” dal disastro precedente, senza aver fatto decantare tutte le emozioni negative accumulatesi nel frattempo, pretendono di essere pronti solo a condizione che sia una relazione definitiva…?

Vi prego, ditemi che non è vero.

E se lo è, additatemi chi siano questi matti perché giro al largo.

Mi permetto di scherzare su un simile atteggiamento poiché è molto diffuso e, seppur coloro che sostengono queste tesi ne siano convinti, temo però che non sia esattamente così.

Celata dietro l’affermazione di essere poco inclini ad aperture di credito nei confronti degli altri, si nasconde l’angoscia di non essere più capaci a relazionarsi col genere umano.

Le “nobili” motivazioni sono, infatti, il pretesto per rifiutare di mettersi in gioco, poiché col tempo, hanno perduto quella dimestichezza, il modo naturale di interagire anche su un piano squisitamente personale, “intimo”; e sentendosi goffi, impacciati e vulnerabili, preferiscono ritirarsi con la scusa che non sono quel “tipo” di persone.

Il fallimento precedente è vissuto anche come un senso di colpa.

Ma questo timore ha origini antiche che affonda le radici nella cultura, nell’educazione e nell’ambiente familiare; e proprio per evitare crociate inutili, in difesa o meno di certi valori, mi astengo dal mettere in discussioni simili convincimenti.

Mi accontento solo di quello che ho notato nelle mie variegate frequentazioni sociali; ed è che, perdendo la familiarità a interloquire sui diversi piani con gli altri, qualora s’incontrasse poi la persona “speciale”, meritevole delle nostre attenzioni, ebbene, non sapremmo riconoscerla o, peggio ancora, non avremmo gli strumenti adeguati per suscitare noi quell’attrattiva necessaria a far sì che siano gli altri ad accorgersi della nostra presenza.

Odo già i cori di proteste di coloro che non sono d’accordo; mi dispiace, ma, per ora, non ho incontrato qualcuno che fosse stato in grado di dimostrarmi il contrario.

Coincidenza, sfortuna, può darsi, ma sono più propenso a credere a ciò che ho veduto e sentito nella mia pur limitata esperienza di vita “garibaldina”.

Per i renitenti, quindi, la ricerca di una relazione sentimentale, per quanto segretamente agognata, è procrastinata all’infinito, preferendo canalizzare tutte le energie nella gestione del lavoro, dei figli, dei parenti, del sociale e …delle cause perse.

E la scusa esibita è la mancanza di tempo per coltivare certe frequentazioni.

Potrebbe anche non essere vero.

Tutto é più rassicurante dell’esporsi ai dardi pungenti di Cupido.

Il “meglio soli che male accompagnati” diviene un mantra recitato silenziosamente ad ogni consesso.

E per convincersi ancora più della propria scelta mettono a confronto i risultati delle storie sentimentali precedenti, evidenziando come gli errori compiuti in passato potrebbero essere simili agli attuali se mai dovessero accettare di relazionarsi con gli altri.

È possibile.

Quegli errori, infatti, sono solo camuffati sotto un’altra veste, se si analizzano bene; la sostanza non cambia poiché siamo sempre noi che replichiamo, adattandoci alle circostanze e alle persone del momento, il nostro modo di affrontare la vita.

Quindi?

Mi viene in mente una citazione cinematografica con cui prendo in giro i miei figli quando ottengono risultati poco lusinghieri nei loro ambiti: “ Sei stato pesato, sei stato misurato e sei risultato mancante!”.

E allora?

E allora riprovaci, magari modificando qualcosa, dato l’esito ottenuto.

Ma per la persona insicura la risposta negativa è vissuta come un rifiuto personale insopportabile.

Meglio ostentare indifferenza e procedere da soli.

Non siamo gli unici, noi separati, a dibatterci confusamente nella rete delle relazioni sentimentali; ci sono anche gli altri, i cosiddetti “felicemente” accoppiati.

Mi riferisco a quelli che trascinano stancamente un’apatica relazione affettiva, magari avendone, contemporaneamente, delle altre clandestine.

Costoro sono i più “sfigati”, a mio avviso, perché pur avendo i nostri stessi dubbi, paure e desideri, restano bloccati in eterno nella loro presunta condizione di privilegio.

Temono di perdere ciò che non hanno più o che, forse, non hanno posseduto mai, ma non se ne rendono conto.

Sono le stesse persone che quando noi eravamo nel pieno della nostra dolorosa separazione, ci guardavano con compassione per il travaglio che stavamo vivendo, e si congratulavano con se stessi per la scelta di restare ostinatamente aggrappati a un rapporto di coppia formale e ipocrita con un partner di cui non sopportavano neppure la presenza o l’odore.

Meglio non respirare che perdere determinate “convenienze”.

E ogni nostra sofferenza era una conferma alla bontà della loro decisione.

Ma una volta toccato il fondo, ad ogni modo, noi ottimisti, eravamo destinati a risalire e riemergere alla vita, rigenerandoci nell’aria fresca di una nuova relazione.

Forse, in alcuni momenti, avremmo volentieri fatto a meno di questo ringiovanimento forzoso, ma alla fine, pur con cicatrici evidenti, siamo sopravvissuti e ci siamo riusciti.

Che bello, si ricomincia da capo!

E loro?

Come sepolcri imbiancati restano in attesa di qualcosa che non giungerà mai.

Si possono riconoscere dal volto inespressivo, stanco e precocemente invecchiato, dalla tipica espressione di chi ha rinunciato a vivere per paura, per opportunismo, per interesse.

La loro presunta solidità affettiva non è da invidiare, perché è come un carcere a vita.

Noi, almeno, la pena l’abbiamo scontata, loro, invece, non usciranno mai da quella prigione.

Sarò tacciato anch’io di arroganza e presunzione per quello che ho scritto, è molto probabile, ma ogni volta che rileggo i versi della poesia mi rassereno poichè mi par d’intravedere il significato del nostro”…breve cammino in questo sogno…”.

foto: fonte a questo link

autore

Claudio Barbagallo-barbecoq

Claudio Barbagallo-barbecoq

Autore, creativo, padre separato di due figli, fondatore del gruppo Gli ammaccati (sentimentali). Autore di uno dei racconti di smALLholidays, il secondo titolo della collana smALLbooks, edita da Cinquesensi Editore in Lucca. Per il sito collaboro alla sezione “Diario d’autori”.

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