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La teoria svedese dell’amore

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scritto da Smallfamilies

Nel 1972 il governo socialdemocratico svedese, guidato da Olof Palme, presentò il documento “La famiglia del futuro – una politica socialista della famiglia” dove si dichiarava che le relazioni tra gli adulti dovevano essere basate sull’amore, non sulla dipendenza finanziaria. “Ogni essere umano deve essere considerato come un individuo indipendente e non come l’appendice di chi porta i soldi a casa…”, dichiarò Olof Palme. Come spesso avviene in Svezia, il programma ha visto la sua realizzazione concreta e oggi il Paese è tra i primi in ogni indice internazionale di benessere – sociale, economico e fisico – e, soprattutto, pari opportunità tra uomini e donne. Ma è anche la nazione in cui c´è il maggior numero di gente che vive e che muore da sola. Una persona su quattro.

Unendo questo ultimo dato al manifesto politico del 1972, il documentarista italo-svedese Erik Gandini, già autore del documentario Videocracy sul caso italiano, con il suo ultimo documentario La teoria svedese dell’amore (The Swedish theory of love) prende le mosse per costruire un pamphlet sulla società svedese oscillando con un buon ritmo tra ironia e – in modo più insistito – una proiezione distopica e minacciosamente inquietante del futuro svedese. Gandini cerca di portare in evidenza la filigrana negativa che lui intravede dietro l´immagine di paradiso in terra di cui spesso la Svezia gode e descrive una società in cui gli individui sono alienati, incapaci di entrare in relazione, dove persino la spinta primordiale alla riproduzione non passa più attraverso una relazione tra uomo e donna, ma si svolge a distanza tra uomini che donano il proprio seme chiusi davanti a video porno e donne che si inseminano da sole in casa con un pratico kit ricevuto per posta.

Io ho visto il documentario al cinema un anno fa qui a Stoccolma – dove vivo – e ne sono uscita carica di pensieri, domande ma anche perplessità. La forza del lavoro di Gandini sta, secondo me, in alcune domande importanti che si sollevano di fronte al contrasto tra i dati e alle quali è difficile ma intrigante rispondere. La debolezza invece risiede nella incapacità di accontentarsi di aver posto le domande giuste. Sembra quasi che, preso dall´ansia di fornire risposte, Gandini si sia affrettato a costruire una tesi a tavolino suggerendo come scenari alternativi immagini improbabili come la comunità di fricchettoni che si accarezza nei boschi (abbiamo già dato), sequenze in bianco e nero reazionarie e nostalgiche di donne alle prese con la cura dei bambini (tanto lui è maschio) o alternative insostenibili come il confronto con l´Etiopia dove mancano le attrezzature necessarie a curare una frattura, ma c´è tanto tanto amore…

Ma veniamo alla parte interessante delle domande ripartendo proprio dal manifesto politico del 1972: una relazione deve essere basata sull’amore, dunque sulla libera scelta, non sul bisogno. Dicono così anche gli psicologi, no? Dunque la società si fa carico della risoluzione dei bisogni primari, sostiene gli individui in quanto tali, li forma e li attrezza con strumenti pedagogici, psicologici e materiali in modo che ciascuno abbia la possibilità di sviluppare il proprio potenziale umano indipendentemente (INDIPENDENTEMENTE) dalle condizioni di partenza che, si badi bene, non si limitano dunque solo alle condizioni materiali, ma anche di relazione (una famiglia problematica, conflitti, ambienti sociali avversi, svantaggio di qualsiasi natura).
Estremizzando fino all’azzeramento del bisogno, in uno scenario dove la cura è cura di sé con il sostegno della cura collettivizzata, che posto trovano le relazioni affettive?

Siamo abituati a pensare che le relazioni affettive siano esse stesse bisogni primari. La distopia di Gandini ci fa dubitare: siamo proprio sicuri che sia così? La relazione è anche impegno, rischio, fatica. Privata del movente del bisogno, quale altra spinta libera può controbilanciare la fatica della relazione, la vulnerabilità a cui ci espone? Relazione e bisogno in che rapporto stanno davvero tra loro? La relazione è anche un bisogno o è una pura strategia comportamentale, una competenza finalizzata al soddisfacimento del bisogno?

Nel documentario il sociologo Zygmunt Bauman – intervistato – ci dice che la capacità di relazione è una competenza alla quale si viene educati e che va coltivata nel corso della vita altrimenti si perde. E in effetti, se ci pensiamo, non tutti ne sono capaci allo stesso modo; gli uomini meno delle donne, si dice, per differente educazione nonostante una teorica parità di bisogno. No?

E se la capacità di relazione s´impara per imitazione – come molti altri modelli comportamentali – che succede in una società dove questa competenza va scemando nella media generale?

Ci sono certamente altri interrogativi sollevati dal documentario, come quello sul ruolo dei maschi nello scenario distopico tratteggiato oppure sull´eccessivo peso che il valore della sicurezza ha avuto nella nostra società o altri.
In ogni caso a me pare che i quesiti sollevati siano assolutamente di rilievo e necessitino sviluppi intelligenti. Per questo le suggestioni retoriche e regressive del documentario sono una risposta a mio parere mortificante e deludente. Ma chissà, magari è che io non capisco niente di marketing e che quelle suggestioni siano la mossa vincente del documentarista per far sì che ora si discuta del suo film.

In un´intervista rilasciata lo scorso anno al Dagens Nyheter, Gandini dichiara: “L’orrore totale per me è di giacere morto da due anni in un appartamento senza che nessuno se ne accorga”. Un recensore svedese ribatte che per lui l´orrore totale è piuttosto storpiarsi in Etiopia ed essere operato da un medico che ti dice che purtroppo dovrà usare pezzi di una bicicletta per sistemarti la gamba ma che l´importante è il caloroso senso di comunità tra noi.
Voglio aggiungere la mia e dire che per me l´orrore totale è una società dove per amore si intende la totale disponibilità e sottomissione di un genere (o qualsiasi altra categoria) a un altro.

Il film è stato accolto con tiepido interesse in Svezia quando non con aperto sospetto di essere innestato di un germe reazionario. Dai primi commenti che leggo in Italia, mi pare di capire che fornisca un facile lenitivo al nostro complesso di inferiorità nei confronti della società svedese.
Invito tutte e tutti a uno sforzo maggiore rispetto alla banale tifoseria campanilista.

Materiale buono per riflettere non manca.


Annalisa Marinelli, autrice di questo articolo, è architetta. Normalmente scrive di urbanistica da una prospettiva di genere e in particolare ha approfondito la sua ricerca sul tema della cura. Cura, città e relazioni tra uomini e donne sono argomenti che la intrigano, anche per questo ha scritto una recensione su questo documentario. Attualmente vive a Stoccolma.

Un’altra e diversa lettura del documentario di Erik Gandini la si trova a questo link

 

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"La redazione" del gruppo Smallfamilies®

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