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Riletture in chiave Sf/ “Il nome della rosa” di Umberto Eco, in chiave smallfamily

Laura Lombardi
scritto da Laura Lombardi

Volevo che il lettore si divertisse. Almeno quanto mi stavo divertendo io. Così scrive Umberto Eco nelle sue Postille a Il nome della Rosa. E per riuscirci ha disseminato nel romanzo infiniti rimandi, citazioni, metafore, enigmi, giochi, indizi di natura letteraria, filosofica, linguistica, metanarrativa…

sicuramente traendo massimo divertimento dall’idea che il suo testo non solo lanciasse la sfida impossibile a decifrare tutti i suoi segni, ma anche potesse generare ‘effetti di senso’ imprevisti e imprevedibili.

Sempre nelle Postille, Eco scrive infatti: Nulla consola maggiormente un autore di un romanzo che lo scoprire letture a cui egli non pensava, e che i lettori gli suggeriscono.

E visto che ci piace molto l’idea di poter ‘consolare’ e divertire Umberto Eco, eccoci a proporvi le nostre riletture di testi di narrativa iniziando proprio dal rapporto Adso-Guglielmo considerato nell’inedita (supponiamo) ottica ‘smallfamily’.

Il nome della Rosa è un romanzo scritto in prima persona sotto forma di cronaca a firma del vecchio Adso da Melk, che ricostruisce una vicenda vissuta molti anni addietro, nel novembre del 1327, quando, giovane novizio, arriva in un’abbazia italiana insieme al suo maestro Guglielmo da Baskerville.

Guglielmo, frate francescano conosciuto per le sue capacità logiche e intuitive, è stato qui convocato dal priore con un duplice incarico: tentare di ricomporre la frattura fra gli alti esponenti dei vari ordini religiosi, che si ritroveranno a breve lì riuniti, e far luce sulla morte di un novizio avvenuta di recente.

Il compito investigativo è sicuramente quello dominante. Guglielmo fallirà infatti nella prima missione mentre riuscirà a chiarire non solo le circostanze della morte del novizio, ma anche quelle della successiva e serrata serie di delitti che si verificheranno, sempre all’interno dell’abbazia, in uno scenario apocalittico con epilogo degno delle premesse.

Si è detto che Adso sta a Guglielmo come Watson sta a Sherlock Holmes. Vero. Senza il suo contributo, consapevole o inconsapevole che sia, Guglielmo non arriverebbe alle sue conclusioni.

Ma Adso non è un adulto, è un ragazzo che sta crescendo, che si sta formando, e il compito di cui Guglielmo si fa carico con grande passione è proprio quello dell’educatore. Sebbene il rapporto fra Guglielmo e Adso non sia parentale, fra di loro intercorre però un rapporto molto stretto, di tipo paterno-filiale, affettivo, una smallfamily di fatto. Per questo eccoci ad osservare la dinamica del loro rapporto.

Guglielmo è colto, esperto, maturo, Adso è un ragazzino. Guglielmo inoltre è un frate. Facile sarebbe predicare, indottrinare, giudicare, indicare che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Guglielmo invece non lo fa. Guglielmo sprona piuttosto Adso ad usare la propria testa, a farsi un’idea propria, a sperimentare in modo diretto e personale, a vivere le esperienze per farle proprie, senza accontentarsi del racconto di quelle degli altri.

Guglielmo è una persona tutta connotata al positivo, tutta luce. Guglielmo è intelligente, carismatico, colto. Il padre ideale, quasi privo di difetti. Ma l’altro lato della medaglia è: come non rimanerne schiacciati? Il suo ‘lavoro ‘ con Adso è ancora più interessante proprio perché parte da un presupposto fragile. Guglielmo potrebbe facilmente essere vissuto da Adso come perfetto, mitico, insuperabile. Inoltre rappresenta il genitore prevalente, che ovviamente rischia maggiormente di condizionare l’evoluzione del figlio. Affascinante e prevalente. Invece no. Questo non accade. Adso non perde il senso di sé, la propria centratura.

E questo perché Guglielmo riesce a mantenersi con Adso in quell’atteggiamento così difficile da trovare proprio perché fa perno su un fragile punto di equilibrio, quel punto per cui i figli considerano che, tutto sommato, vale la pena di ascoltarci o perlomeno stare a sentirci, invece di guardarci muovere e parlare come in un film muto, senza audio, mentre i pensieri corrono altrove.

Guglielmo costantemente ricerca questo punto. Il modo in cui parla e mostra considerazione di e per Adso lo dimostra.

Lo osserva, gli riconosce i meriti quando ci sono, lo ringrazia, lo incoraggia, gli dice: ‘ti turberebbe la mia stessa incapacità di giudicare’, gli dice ‘non scusarti’.

Guglielmo e Adso condividono tutto, non solo la cella. Trascorrono tutto il loro tempo insieme. Guglielmo si muove con Adso al suo fianco, non lo tiene dietro di sé. Lo mette a parte di tutti i suoi pensieri nel modo in cui questi possono essere accessibili per lui. Non ci sono situazioni in cui Adso è bene o meglio che non ci sia.

E soprattutto Guglielmo ascolta Adso, lo ringrazia, gli dà ragione quando necessario e cerca di passargli degli insegnamenti attraverso esempi e riferimenti alla sua vita vissuta. Guglielmo parla di sé per indicare ad Adso come dovrebbe comportarsi.

Guglielmo da Baskerville è filosofo sostenitore del nominalismo relativista secondo cui, riducendo il pensiero ai minimi termini, non esistono la realtà e la verità ma esistono soltanto realtà e verità individuali.

Ad Adso, sul finale del libro, Eco fa scrivere: E’ cosa dura per questo vecchio monaco alle soglie della morte non sapere se la lettura che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d’uno, e molti, o nessuno.

Adso, che ha fatto tesoro dell’insegnamento del maestro, non si aspetta che dal suo racconto si tragga una morale, un insegnamento, un senso, appunto, ma si aspetta che ogni lettore ne tragga il proprio, i propri, o nessuno, però è dispiaciuto di non poterli conoscere. E lo dice, candidamente. Pur riconoscendo la validità del principio di insegnamento del suo maestro, pur avendo fatto propria la lezione, non si censura e ammette che il non avere la certezza della Verità assoluta è un fardello difficile da sostenere.

Lo dice, semplicemente.

Adso ha quindi capito la lezione. Guglielmo ce l’ha fatta, è riuscito nel suo intento, ovvero che Adso ragioni e prenda spunti, riferimenti, insegnamenti e li faccia propri, li modelli a misura del suo sentire. Ma non solo. Guglielmo ce l’ha fatta anche perché Adso, come lui, continua a parlare per esempi, parla ai lettori, suoi potenziali ‘figli’ come Guglielmo ha fatto con lui. L’insegnamento del maestro sopravvive proprio perché non viene solo citato, riferito, ma viene trasmesso attraverso la vita vissuta di Adso. L’insegnamento si modifica nel suo aspetto, ma ne conserva le sue peculiarità.

E questo è quello che io mi auguro accada a mia figlia, che le arrivi di me tutto, senza discriminazione, senza scelta o censura, ma che le arrivi in modo tale da consentirle di filtrare, di far proprio solo ciò che conta per lei, di poter elaborare.

Qual è il modo migliore a mio avviso per dare un consiglio a un figlio? Per indirizzarlo, aiutarlo a crescere? Non è dare soluzioni precotte, ma è parlare di sé, raccontare la propria esperienza, mettere in campo i propri errori e i propri dubbi, porre delle domande e invitare i figli a porsele. Dire: io ho fatto così, in questo modo. Forse questo può aiutarti a trovare il tuo modo.

autore

Laura Lombardi

Laura Lombardi

Scrittrice, con un passato televisivo. Coordinatrice dell’area culturale ed eventi. Madre separata di una figlia, sono curatrice, insieme con Raethia Corsini, del progetto smALLbooks. Per il sito scrivo per la sezione “Magazine” e “Diario d’Autori”. Condivido con Giuseppe Sparnacci il progetto “Riletture in chiave smallfamily”.

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