PROGETTI Riletture in chiave Sf

Riletture in chiave Sf/A volte è necessario anche farsi da parte

Laura Lombardi
scritto da Laura Lombardi

Mamma, perché non mi svegli, perché non mi aiuti spiegandomi che ora va tutto a posto? Io ti guardo fissa, ma tu hai dimenticato che devi farmi qualcuno di quei cenni tranquillizzanti a cui mi hai abituata. Non è giusto, non puoi cambiarmi così in un’ora il profilo del mondo. (pag 76)

Il libro è Una bambina e basta di Lia Levi, Edizioni e/o

L’autrice ha scritto la sua storia di bambina ebrea negli anni della deriva delle leggi razziali cercando di rendere il più fedelmente possibile l’ottica attraverso cui l’ha realmente vissuta, sforzandosi di rientrare in ogni piega del suo sentire di allora. Nata nel 1931, ha sette anni nel momento in cui sono varate le leggi e dodici quando, insieme con la madre, la sorellina piccola e altre donne ebree, viene accolta in un convento di suore cattoliche dove vive nascosta fino alla fine della guerra per evitare le deportazioni naziste.

Quando si riaffaccia alla vita, si descrive come è abituata a pensarsi, ovvero come una ‘bambina ebrea’. Ma la madre, nel modo autoritario a lei consueto, può finalmente dirle: “Non sei un bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta.”

Queste sono le parole che chiudono il libro e certamente queste righe costituiscono il portato principale del testo, la perfetta resa di come l’aberrazione possa trasformarsi in normalità, di come le persone si adattino a proporre e subire logiche perverse. E di quanto sia necessario essere vigili, sempre, per non ricadere nella tentazione del Male.

Ma non è questo lo spunto tematico che ci ha guidato nella rilettura di questo libro, uscito nel 1994 e diventato un classico contemporaneo. Non la melodia, ma piuttosto le linee di altre voci che reggono la composizione hanno catturato la nostra attenzione.

È molto evidente che la madre sia sempre stata la figura genitoriale dominante nell’ambito della famiglia:

Perché poi chiamano papà, che è un signore che quando saluta fa anche un inchino? Era meglio se andava la mamma, che sa fare a pezzetti le persone solo a guardarle.(pag 68)

Oppure:

Mio padre sa già tutto, ha compreso tutto, ma resta immobile. Non è più mio padre, ma l’eterno uomo ebreo che si ferma smarrito quando quello che da tanto si portava dietro, quello che la sua mente aveva disegnato in ogni più minuta piega, è lì, improvvisamente reale di fronte a lui. Non è capace di vivere la vita, ha già faticato tanto a conoscerla. Il suo cuore ha una stanchezza antica, ogni suo gesto ha il peso di mille anni, non sa battersi per sopravvivere perché quando suo padre, suo nonno, il suo bisnonno hanno lottato, hanno via via consumato anche le sue forze. Le madri ebree no, sono tigri, leonesse, contendono alla vita ogni boccone, rubano ogni centimetro. Loro devono difendere i figli: per questo non hanno spazio per libri e sinagoghe. (pag 91)

Madre leonessa, quindi, e nel momento in cui la sua famiglia si trasforma in quella che potremmo definire come una ‘smallfamily a tempo’ – il padre non sta nel convento e non ha modo, se non saltuariamente, di essere presente concretamente nelle loro vite – la sua indole autoritaria, il suo modo di essere non possono che acuirsi.

Come accade inevitabilmente che si accentui anche l’altra sua tendenza già presente, quella della bugia giustificata, del dire-non dicendo, dello sfidare continuamente quel confine sottile che sta fra il proteggere i figli e il mancare loro di rispetto.

Tema importante tanto che, pur volendo descrivere la sua storia di bambina ebrea perseguitata, Lia Levi lo propone in apertura del suo racconto:

Non mi piacciono i grandi quando decidono di farti un discorso: si sentono evoluti e magnifici, ti guardano negli occhi, cercano il tono a mezza altezza… ora saprai tutto anche tu, ci penseranno loro a impacchettarti la notizia come una merendina.

Io non voglio ascoltare proprio niente, non perché abbia paura di chissà quali segreti, ma perché mi annoia tutto il teatrino. Questo non lo capiscono. Dal momento in cui hanno deciso di rovesciare nelle tue braccia il dono della loro confidenza, tu devi essere lì come un uccello neonato che aspetta il cibo dal becco della madre. E invece non è vero niente. (pag 21)

Mentire ai figli, raccontare mezze verità, tacere. A volte è difficile decidere, scegliere, a volte è doloroso, lacerante.

Che cosa è giusto che i figli sperimentino sulla propria pelle, che cosa no? Fino a che punto è corretto proteggerli, tenerli in disparte, con il rischio magari di alimentare ancor di più la loro curiosità e la loro imprudenza? Con il rischio che ti vivano come un attore, un’attrice che recita una parte insensata?

La bambina Lia descrive: mamma si è incontrata con papà a Monte Savello, ma quando torna è più scura di prima. Come al solito non ci racconta niente, ma ora almeno quando parla con le sue amiche si dimentica di mandarci via. Non vuole ancora lasciarci guardare diritto questo orribile mondo, ma stancamente ce lo fa sbirciare da un angolo. Non intendo darle soddisfazione e mentre ascolto fingo di guardare da un’altra parte, assorta a seguire i giochi delle bambine piccole o la ginnastica di un gatto. (pag 119)

Una mamma sola o un padre solo, frequentemente hanno paura di perdere l’appoggio, il rispetto, la buona considerazione del figlio, di perdere il suo ascendente. E per questo spesso eccedono nella condivisione di argomenti con i figli, faticano a mantenere recepibile la linea di demarcazione necessaria perché il ruolo di educatori non venga screditato.

A volte invece è necessario essere tigri, perdere lustro, almeno temporaneamente, agli occhi dei figli, è necessario ferire il loro orgoglio o la loro intelligenza se questa ferita risparmia loro un carico eccessivo di sofferenza. E’ necessario persino essere violenti.

di fronte a noi, l’immagine della furia, c’è mia madre. Il nostro segreto non è durato nemmeno dieci minuti, le ragazze lo hanno sentito nell’aria, qualcuna è corsa a chiamarla non so…

Mia madre non è mia madre, i suoi capelli sono serpenti, i suoi occhi scintille di fuoco, la sua voce, come Sansone, fa tremare le colonne del chiostro. Mia madre grida e accusa. Forse sta per sbranare le piccole suore. Non le viene in mente che loro ci possono buttare fuori, in mezzo al pericolo, anche se a noi lo dice ogni giorno. Suor speranza e Suor Concetta, investite dalla sua violenza, vacillano tremano anche loro, come prima le colonne del chiostro. (pag 149)

La madre leonessa intima, censura, dirige, mente, ma in questo modo stende il suo cordone protettivo e impedisce che l’onda lunga della sua stessa paura, del suo terrore, travalichino il suo animo e invadano quello della figlia.

Quanto le può costare capire o intuire che la figlia le è ostile, non la capisce, non la accetta?

Ma quanta gratitudine potrà provare in futuro quella figlia che,

in una situazione di pericolo costante, ha avuto persino la possibilità di annoiarsi?

La figlia quasi si rammarica, in fondo a volte desidera che si verifichi almeno un’occasione per sfidare il pericolo, per vivere il brivido, per ritrovarsi in quella situazione costantemente paventata ma mai verificata (sebbene più volte abbiamo bussato al convento, non ci sono mai state delle vere e proprie ispezioni, ad esempio).

C’è un bellissimo passaggio in cui la bambina racconta:

Ora che la stagione ci ha cacciato dai cortili e dal giardino, più ancora che il freddo è di nuovo la noia a definirci. Ciondolo intirizzita e smorta.

La noia. Ma non posso accettare di attribuirmi una sensazione così poco nobile. La travesto da malinconia è fingo atteggiamenti assorti e nostalgici, con lo sguardo sempre rivolto dalla parte dove, a occhio, si dovrebbe trovare la nostra casa. Mi succede che a forza di rappresentarmi con l’immagine della bambina che piange sulla sua casa perduta, finisco per pensarci e sognare su di lei davvero. Ora non so più se il punto di partenza è stato sincero o recitato con me stessa.(pag 130)

La madre è severa, è rigida, non concede confidenze, non condivide il suo spavento, ma così facendo è roccia solida su cui poggiare davvero, su cui scaricare le proprie paure, è àncora sicura che consente di perlustrare in sicurezza il mare circostante.

Riuscire ad esserci, prendersi il rischio di invadere troppo, rendersi persino odiosi, pur di essere fonte di garanzia e di sicurezza.

Ma la prova forse più difficile è quella contraria, è quella che si prospetta quando è necessario mollare, lasciare, liberare, consentire, dare dei segnali di comprensione rispetto alle necessità di affrancamento dei figli, rispetto alle loro esigenze di esplorazione in solitaria, rispetto all’istinto a fare branco con i coetanei relegando il mondo adulto in posizione nemica.

Il rischio di eccedere verso una delle due direzioni, quella delle menzogne tattiche e iperprotettive oppure quella della confidenza eccessiva che azzera i ruoli, è un rischio molto presente per il genitore presente in modo prevalente rispetto all’altro. Occorre vigilare, occorre ogni tanto prendere distanza.

E magari cedere il passo, coinvolgere una voce esterna, ascoltare altri pareri, chiedere un intervento che i figli possono essere più disponibili ad accettare, ad accogliere.

Come ha fatto la mamma tigre che, non solo sfidando il pericolo, ma certamente accantonando le ragioni della sua indole e del suo orgoglio, nel momento in cui ha capito di avere pregiudicato una possibilità di dialogo autentico con la figlia in quello specifico frangente, non ha semplicemente imposto la sua decisione, ma ha chiesto che intervenisse il padre perché sapeva che lui avrebbe saputo spiegare e che la figlia lo avrebbe ascoltato.

E se è chiaramente fondamentale dare fiducia al parere dell’altro genitore, quello che vive a contatto solo saltuario con i figli, è pur vero che l’altro genitore, padre o madre, potrebbe non essere presente, o non esserci del tutto, e allora non meno importante potrebbe essere il dialogo con un amico o un’amica, con un parente, una confidente, un nonno, una persona comunque che, sebbene non condivida la quotidianità stretta della famiglia, sia riuscita a stabilire un rapporto di fiducia con i nostri figli e figlie.

Una rete ampliata di relazioni con persone fidate, sicure, è salutare sempre, per tutti. Nel caso di un figlio che cresce con la guida di un solo genitore, quindi abituato a sentire soprattutto quella ‘campana’, lo è a maggior ragione.

La possibilità di un’inclusione di punti di vista diversificati, esterni, solo apparentemente ‘estranei’ non è una soluzione di ripiego, un ripiego ‘in assenza di’, è piuttosto un’opportunità, un’occasione da sfruttare.

Allarga la mente.

A volte è necessario anche farsi da parte.

Le suore fanno come se non fosse accaduto niente e stanno dietro ai soliti noiosi programmi, la Madre Superiora non appare, forse non sa nulla. Verso sera arriva di nuovo mia madre. Non mi guarda, mi dice solo: “ho telefonato a papà. Domani viene a prenderti”. (pag 150)

autore

Laura Lombardi

Laura Lombardi

Scrittrice, con un passato televisivo. Coordinatrice dell’area culturale ed eventi. Madre separata di una figlia, sono curatrice, insieme con Raethia Corsini, del progetto smALLbooks. Per il sito scrivo per la sezione “Magazine” e “Diario d’Autori”. Condivido con Giuseppe Sparnacci il progetto “Riletture in chiave smallfamily”.

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