CULTURE E SOCIETÀ STORIE

Sognare il futuro a vent’anni in lockdown

Quest’anno abbiamo passato così tanti giorni in casa che probabilmente se ci sforzassimo potremmo quasi riuscire a sentire le pareti lamentarsi della nostra continua presenza.

Ci siamo ritrovati costretti ad imparare a riempire costantemente la casa con i nostri corpi e i nostri stati d’animo traballanti, ad adattare le abitudini di sempre ad un ambiente diverso da quelli abituali. Tra le difficoltà e la ricerca di compromessi per il quieto vivere, questo ha permesso di poter osservare gli spazi in cui viviamo da vicino come mai prima, vedendone limiti e risorse e permettendoci di scoprire o riscoprire dinamiche familiari, hobby e sfaccettature di una nuova convivenza dentro a quattro mura. È stata una sfida ed un’occasione, soprattutto per noi giovani.

La mia esperienza è stata tutto sommato tranquilla, casa mia è un posto che amo molto, in cui ho spazi miei e spazi da condividere con mia madre, ma è una cosa che a nessuna delle due è mai pesata. Essendo solo noi due da sempre, la collaborazione e l’incastro di impegni e bisogni avviene ormai in maniera automatica: io cucino e lei pulisce, rispettiamo gli orari dell’altra ma alla fine sentiamo sempre il bisogno di ritrovarci a fine giornata e fare qualcosa insieme. Non sono mancate discussioni e nervosismi certo, ma penso sia stato l’anno in cui ho fatto più cose con lei, in cui l’ho osservata con calma nelle tante vite che vive e come mi dice spesso, ci ricorderemo di tutto il tempo passato insieme quando torneremo a muoverci come trottole.

La questione giovani e casa in un anno difficile e delicato come quello appena concluso, mette in luce aspetti vari e complessi e le storie da raccontare e scrivere sarebbero tante. Penso sia comunque importante raccontare come ci siamo sentiti e per poterlo fare ho raccolto le parole di 5 amici della mia età ponendo loro le seguenti domande:

Durante i diversi lockdown, hai avuto uno spazio all’interno della casa solo tuo, per poter studiare o stare da solo?

Ci sono stati invece momenti di ritrovo con il resto della famiglia per fare qualcosa tutti insieme?

Qual è stato un aspetto positivo del tempo passato in casa? E uno negativo?”

 

Ecco le loro risposte

Sofia

Vive con suo fratello sedicenne e i loro genitori in un grande appartamento su due piani, dove ognuno ha la propria camera ed il proprio bagno. Nonostante ciò, il punto della casa con una connessione che permettesse a tutti di poter usare i computer comodamente era il tavolo da pranzo, abbastanza grande per ospitare tutti ma poco pratico a causa del sovrapporsi di voci per le rispettive lezioni online o incontri di lavoro. Sua mamma ogni tanto andava a lavorare nel suo studio di fianco a casa e loro restavano col papà, che da bravo cinquantenne, urlava continuamente al telefono e in videochiamata e pensava che passare più volte l’aspirapolvere nei suoi momenti di pausa fosse un buon antistress, nonostante i figli stessero seguendo lezioni o studiando. Durante il secondo lockdown invece è stato più semplice, i genitori andavano più spesso in ufficio ed è riuscita a condividere senza problemi lo spazio con suo fratello.

Le prime settimane sono state molto impegnative, nonostante ognuno avesse uno spazio dove ritirarsi, le discussioni anche per le minime sciocchezze erano pane quotidiano, soprattutto perché i genitori hanno sempre viaggiato molto per lavoro stando anche per diverso tempo lontano da casa o comunque hanno sempre lavorato fino a tardi e le dinamiche che si creavano erano nuove o per lo meno inusuali. Con il passare dei giorni hanno capito però che solo collaborando avrebbero potuto mantenere la serenità di tutti e così hanno stabilito turni per i  diversi compiti casalinghi, si sono sforzati di non invadere troppo gli spazi comuni e a mettere da parte i malumori. Un’abitudine che hanno cercato di mantenere era quella di riunirsi la sera per guardare insieme un film o una serie, come facevano prima della pandemia, essendo quello l’unico momento in cui erano abituati a stare tutti insieme. Alcune sere però non avevano più voglia di condividere del tempo dopo essere stati vicini tutto il giorno e capitava che lei guardasse qualcosa per conto suo in camera o videochiamasse amiche e fidanzato, con cui stava da appena due mesi quando sono dovuti rimanere distanti.

Dalla convivenza ravvicinata in un momento così difficile ha imparato l’importanza di fare qualche sacrificio per il bene collettivo della famiglia e di trovare riparo nelle piccole cose, come la pittura che tanto amava quando era più piccola.

Virginia

In maniera molto diretta, usa la parola “fortuna”. Riconosce di avere la fortuna di avere una camera sua, in una casa grande, dove stare lontano dagli altri. Durante il primo lockdown in casa con lei c’erano i suoi genitori e le due sorelle maggiori, che avevano però le loro camere nell’appartamento adiacente alla casa di famiglia e quindi molto distanti dalla sua stanza. Il rumore non è mai stato insopportabile e sono riusciti a gestire gli spazi senza problemi, ognuno nella sua stanza e si rivedevano la sera. Io e lei abbiamo in comune però una condizione a tratti mistica: essere figlie di insegnanti durante la didattica a distanza. Penso non ci sia cosa più rumorosa al mondo di una mamma che urla ad uno schermo pieno di ragazzini delle medie scalmanati, che riescono ad essere rimproverati di non dondolarsi sulla sedia anche in una classe virtuale. Lì, fidatevi, non ci sono porte o pareti abbastanza spesse, si sente tutto.

Anche nella sua famiglia guardare film era l’attività di gruppo preferita, ogni sera guardavano qualcosa insieme, anche film visti e rivisti mille volte ma che li riportavano nel passato, ad una normalità di cui sentivano estremo bisogno. Per il resto si è dedicata alla sua più grande passione: il cinema. Ha avuto il tempo necessario per guardare quanti più film possibili, leggere libri sul cinema e riprendere con la sua videocamera piccoli dettagli di casa sua, per poi montare video di ore ed ore di nulla, della vita in quattro mura giorno dopo giorno di cui però ha scoperto una bellezza che potrà riguardare nei filmati per il resto della sua vita.

L’insegnamento per lei più grande è stato imparare a conoscere davvero la sua famiglia, nei giorni belli e nei giorni più tesi, nell’affrontare i problemi che hanno incontrato e ad accettarsi arrabbiati, nervosi, emozionati, felici o tristi che fossero.

Giulia

Fa parte del nostro magico quartetto, e ci ha molto coinvolto nell’andamento della sua vita in quarantena, nei suoi momenti di sconforto e di riflessione. Ha fatto del suo profilo Instagram un diario di foto e video delle sue giornate, in cui ha condiviso i momenti belli e brutti, le sue canzoni preferite, come ha cambiato ogni settimana la disposizione dei poster e delle foto sulle pareti di camera sua e i suoi esperimenti in cucina, passione a cui non si era mai dedicata tanto per questioni di tempo ma che ha riscoperto con piacere.

Vive fuori Milano, i suoi genitori hanno divorziato anni fa e lei è rimasta con suo padre, con cui ha vissuto anche durante l’anno della pandemia. Anche nel suo caso gli spazi erano abbastanza: due camere e due bagni, un salotto spazioso e un balcone che ha permesso di uscire a prendere un po’ d’aria o un po’ di sole. Ha potuto seguire le lezioni e studiare in camera sua, che ha consacrato a suo regno ufficiale, oppure su una scrivania vicino al soggiorno, senza essere troppo disturbata.

I lockdown e la situazione di emergenza tuttavia non hanno creato un clima molto sereno in casa sua: suo padre teneva sempre accesa la televisione per seguire le notizie in tempo reale e, vittima dei servizi allarmisti e dei titoloni dei giornali, si innervosiva molto e lei, infastidita dal suo atteggiamento a tratti paranoico, si innervosiva a sua volta. Ammette quindi che molte volte la convivenza non è stata semplice, anche perché essendo solo in due non aveva nessun altro a cui rivolgersi per sfogarsi o distrarsi un po’ ed è stata la maggior parte del tempo da sola, trovando rifugio nella musica e nei ricordi di un passato che sembrava così lontano da essere surreale ma che allo stesso tempo le ha permesso di imparare qualche lezione.

Marco

È un amico che ho conosciuto tramite Giulia a febbraio, esattamente pochi giorni prima dello scoppio della pandemia, ma ci siamo tenuti molta compagnia durante tutto l’anno. È fiero soprattutto di come abbia potuto risistemare camera sua, con modifiche che aveva già pianificato ma che non aveva mai avuto tempo di mettere in atto. Ha ridipinto le pareti, montato mobili, stampato foto da appendere e riempito la camera di piante. L’hobby per il giardinaggio è stata l’unica attività che ha svolto con sua mamma e insieme si sono occupati delle piante sul terrazzo in primavera. Per il resto, mi ha detto chiaramente, vedeva i suoi genitori solo a pranzo e a cena e poi ognuno per i fatti suoi, nessun momento rituale di ritrovo, senza troppe smancerie. È stato per la maggior parte del tempo in camera sua mentre in soggiorno sua madre e suo padre durante la giornata dovevano condividere lo spazio per lavorare, ma non era un problema che l’ha riguardato più di tanto perché, con due porte di mezzo, in camera sua non si sentiva niente.

Per lui rimanere in casa è stato ulteriormente difficile perché abita fuori città, in un ambiente che sente sempre più stretto e dopo un po’ il silenzio della campagna ha iniziato a pesare non poco, essendo una persona che invece ha trovato la sua dimensione nella frenesia della città.

Anna

La conosco davvero da una vita. Per quanto riguarda gli spazi, la casa sua è molto piccola, “una scatola” come dice lei. Ha due fratelli minori e vivere in cinque in uno spazio poco più grande di un monolocale con un solo bagno, soprattutto durante il primo lockdown, non è stato per niente facile. Non hanno camere separate, solo una stanza in condivisione e per lei dover seguire le lezioni e studiare, soprattutto in vista della maturità, è stato faticoso. Il fratello più piccolo faceva molta confusione, giocava alla playstation senza preoccuparsi di poter dare fastidio o seguiva le lezioni senza auricolari e non c’era modo di convincerlo a fare altrimenti. Tanto che un giorno è stata costretta a seguire le lezioni dal bagno, in cerca di silenzio, che prima trovava in biblioteca dove andava molto spesso a studiare. A parte qualche volta in cui ha cucinato con sua madre, non hanno condiviso momenti tutti e cinque insieme perché ognuno faceva quel che doveva e si adattava agli orari precisi che hanno sempre scandito la vita in quella casa.

Di bello non ha trovato niente, dice, ma ha saputo gestire lo spazio solo perché è casa sua e ci vive da sempre.

Abbiamo sognato il futuro

Per concludere voglio condividere un’osservazione. Chiedere ai giovani di fermarsi durante la scoperta del mondo che ci ospita e del futuro che ci aspetta, è la richiesta più difficile che si possa fare, non c’è dubbio, ma mi sento di dire che io e gli amici con cui ho parlato sappiamo di avere imparato qualcosa da quello che abbiamo vissuto. Allontanandoci dal rumore in cui viviamo sempre, immersi in un mare di persone a scuola, in università, alle feste o in vacanza, ci siamo fermati e abbiamo capito l’importanza di ascoltarci per diventare buoni amici di noi stessi, di poter stare bene da soli perché da quello dipendono le nostre relazioni con gli altri, di gestire il tempo senza appesantirlo inutilmente e dedicarci a ciò che ci fa stare bene e sentire leggeri.

Più che mai abbiamo sognato il futuro, iniziato a capire di cosa vogliamo circondarci senza distanza di sicurezza, quali spazi poter scegliere con cura per farli nostri e quali mattoni vogliamo usare per costruire la nostra casa.


 

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Se sei un genitore divorziato, separato, vedovo, un genitore unico oppure un single con un minore in affido per favore contribuisci alla prima indagine  nazionale su fragilità, bisogni, richieste, risorse delle smallfamilies per affrontare i tempi della pandemia

autore

Matilde Sofia Bassanini

Matilde Sofia Bassanini

Sono nata nel 2001, sono del Sagittario e per questo amo viaggiare e sognare. Ho frequentato il liceo linguistico ed ho finalmente deciso di scrivere per il sito dell’associazione Smallfamilies che ho visto nascere da vicino.

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