Abitare OSSERVATORIO

Famiglie a geometria variabile: la forza di uno slogan

Smallfamilies
scritto da Smallfamilies

Nel 2016 Smallfamilies® ha pubblicato, insieme con Cinquesensi Editore, il terzo titolo della collana smALLbooks. Il tema era la casa e i tanti modi per abitarla secondo la composizione famigliare. Per la prefazione ci ha onorato la rinomata architetta Cini Boeri, narrando anche la sua esperienza personale, racconto che ripubblichiamo in questo post a fine pagina. Anche in quel contesto abbiamo parlato di casa per famiglie a geometria variabile,  definizione/slogan che – da quando Smallfamilies l’ha coniata – è  lentamente diventata di uso comune tanto che oggi, 2018, calza a pennello anche all’architetto Stefano Boeri (figlio di Cini) che al Salone del Mobile di Milano di quest’anno per spiegare “il suo albero in mezzo al tavolo” ha usato più volte la definizione “famiglie a geometria variabile”, raccontando come questa idea di cucina e in particolare di tavolo – luogo e mobile simboli del ritrovarsi “in famiglia” – sia studiata per piegarsi, appunto, alle geometrie variabili della vita.

Noi di Smallfamilies® siamo fieri che questo nostro modo di definire le famiglie del Terzo millennio si stia diffondendo. Anche  questo – la modifica del linguaggio –  fa parte della promozione di “una nuova cultura della famiglia” .

In questo video l’intervento di Stefano Boeri

Da smALLhome

Prefazione di Cini Boeri

Progettando l’autonomia

Le famiglie a geometria variabile sono sempre state parte della mia vita, penso di aver maturato ormai una lunga esperienza.
Per cominciare, sono una figlia naturale, nata in un tempo in cui questo poteva essere un problema. Per fortuna mia madre e il mio padre adottivo mi accolsero nello stesso modo e con le stesse attenzioni dedicate agli altri loro figli, anche se questo non mi mise completamente al riparo da qualche sguardo e commento di troppo. Successivamente scoppiò la guerra, io e la mia famiglia (antifascisti da sempre) lasciammo Milano per trasferirci in zone più sicure, ci trasferimmo a Gignese, sopra il Lago Maggiore.
Durante la guerra conobbi Renato, era partigiano, successivamente divenne mio marito, ci sposammo in una piccola chiesa sopra Gignese.
Dopo la liberazione tornammo a Milano, io mi laureai in architettura, fuori dall’aula d’esame mi aspettava il mio primo figlio, Sandro, erano i primi anni Cinquanta.
Dopo la laurea iniziai a lavorare nello studio di Giò Ponti, successivamente andai da Zanuso dove rimasi molti anni. Nel 1963 aprii il mio studio, più o meno nello stesso periodo mi separai da Renato e così continuai sola a crescere i nostri tre figli oltre a seguire la mia professione.
Ho sempre confidato molto nell’autonomia, cercando di proporla sempre, fino a diventare la cifra del mio lavoro ma anche della mia vita privata. Molti anni fa, saranno cinquanta l’anno prossimo, realizzai la casa di
vacanze per me e la mia famiglia. Una casa a pochi metri dal mare, con quattro camere, ciascuna con il suo bagno e il suo accesso alla spiaggia indipendente, collegate tra loro attraverso un soggiorno e zona pranzo
comune. In questo modo ognuno poteva decidere se ritagliarsi dei momenti privati oppure condividere gli spazi e il tempo con gli altri abitanti della casa.
Ho provato a proporre questo concetto anche a molti miei clienti, in modo da poter scegliere se e quanto vivere assieme, condividendo o meno gli spazi e i momenti privati, senza obblighi. Consigliavo sempre di inserire nelle loro case una camera in più: «metta che uno dei due abbia il raffreddore?», molto spesso questa camera veniva poi destinata agli ospiti.
Ho cercato di interpretare i bisogni e le esigenze delle persone attraverso il progetto, riducendo gli spazi di “rappresentanza” fine a se stessi in favore del benessere individuale e di convivenza, intento che non sempre veniva compreso appieno, come successe anche al progetto domestico, presentato in Triennale nell’86. Era la proposta per un’abitazione di medie dimensioni in cui i due abitanti potevano disporre di zone personali e private oltre a spazi comuni da condividere, ogni spazio era etichettato attraverso l’attività che si poteva svolgere all’interno. Sogno e amore per le camere da letto, dialogo creativo per il soggiorno e così via.
D’altra parte – come mi hanno fatto notare – nonostante l’autonomia degli spazi anche io mi sono separata!
Può succedere e si può anche non soffrire!

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"La redazione" del gruppo Smallfamilies®

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