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Famiglie con un solo genitore: una realtà eterogenea e dinamica

Elisabetta Ruspini
scritto da Elisabetta Ruspini

Famiglie con un solo genitore: una realtà interessante ed estremamente attuale per molteplici ragioni.

Si tratta, innanzitutto, di un fenomeno in crescita: la consistenza di queste famiglie è in aumento, sebbene con ritmi e caratteristiche diverse, in molti paesi del mondo, una crescita destinata a consolidarsi tra oggi e il 2025-2030 (OECD, 2011).

È al contempo una dimensione della vita familiare complessa e dinamica, non omogenea tra culture e contesti territoriali. Queste famiglie, sebbene designate da un’unica definizione (“a parent raising one or more dependent children, living without a partner in the same household” – EIGE, 2016), sono in realtà molto diverse (Ruspini e Luciani, 2010). Innanzitutto, sono differenti le cause che possono darvi origine: vedovanza, procreazione al di fuori del matrimonio, separazione di fatto, separazione legale, divorzio, un progetto migratorio che separa i componenti della famiglia (lei che lascia la terra di origine, poi si ricongiunge con i figli nel paese di destinazione; oppure lui che si distacca da moglie e figli per emigrare). Allo stesso modo, gli eventi che determinano la fine della condizione di genitore solo sono molteplici: un matrimonio, una convivenza, l’uscita dai figli dal nucleo familiare, il ricongiungimento con coniuge e figli. La varietà che caratterizza la composizione di questi nuclei ha evidenti implicazioni. Da un lato, genitori soli appartenenti a generi, generazioni e etnie differenti sono portatori di bisogni diversificati. L’esperienza di genitore solo è infatti ben diversa per donne e uomini; quando è frutto di una rottura coniugale piuttosto che di una vedovanza; se maturata in età adolescenziale oppure all’interno di un percorso migratorio. Dall’altro lato, viene messo in discussione lo stesso concetto di “monogenitorialità”. Se il senso comune suggerisce che la madre o il padre “solo” vive unicamente con i propri figli, tale condizione si rivela, sovente, molto più complessa. Questi nuclei possono infatti accogliere componenti della famiglia di origine, parenti, partner, amici. Una ricerca sulle famiglie con un genitore condotta in due quartieri di Milano e di Parigi (Ruspini, 2009) mostra che, nel caso di alcune comunità (ad esempio, centro-africana, caraibica), la parola monoparentalité perde di significato: si tratta spesso di famiglie allargate, dove le generazioni convivono e tendono a mescolarsi (la madre che aiuta la figlia, i fratelli più grandi che si occupano dei più piccoli) e dove − anche a causa delle scarse disponibilità economiche − le reti familiari, di parentela, amicali possono attivarsi per consentire alla madre sola di lavorare. Le famiglie con un solo genitore in aumento sono quelle composte da madri sole con figli piccoli o adolescenti, mentre vedove e vedovi con figli dipendenti costituiscono in tutti i paesi europei una proporzione decrescente, segno del passaggio dalla monogenitorialità originata dalla vedovanza alla monogenitorialità derivante dalla rottura volontaria della relazione di coppia e dalle nascite al di fuori del matrimonio. Secondo il rapporto Istat “Madri sole con figli minori” (ISTAT, 2018), le madri nubili sono notevolmente aumentate tra il 1995-1996 e il 2015-2016, crecendo dal 18,9% al 34,6%; al contempo sono considerevomente diminuite le madri vedove (dal 22% al 7,9%). Più precisamente, nel biennio 2015-2016 il 57,6% delle madri sole italiane è separato/divorziato, il 34,6% nubile mentre è minoritario il gruppo delle vedove (7,9%). Tra i padri soli, la quota di vedovi si attesta invece al 17,3% (più del doppio rispetto alle madri sole: ISTAT, 2018).

Il mondo delle famiglie con un solo genitore è importante anche perché presenta una rilevante dimensione di genere: il genitore solo è prevalentemente donna. In Italia nel 2015-2016 le madri sole erano 893 mila e rappresentavano l’86,4% dei nuclei monogenitore (402 mila nel 1983 – ISTAT, 2018). Di queste, le straniere erano 92 mila, il 10,4% del totale. Molto più contenuto era invece il numero dei padri soli: 141 mila nel 2015-2016 (66 mila nel 1983). La sovrarappresentazione femminile è riconducibile a differenti elementi: la tendenza a preferire la madre per la custodia dei figli in caso di separazione o divorzio (anche in regime di affido condiviso); la più contenuta speranza di vita maschile; la più elevata propensione al secondo matrimonio da parte degli uomini divorziati; la tendenza presentata dai figli nati al di fuori del matrimonio a vivere con le proprie madri. Cionostante, i padri soli sono, anche in Italia, un fenomeno in aumento. I già citati dati Istat (ISTAT, 2018) ci permettono di ricostruire la progressione dei nuclei monogenitore al maschile: 66 mila nel 1983 (su 100 nuclei monogenitore con almeno un figlio minore); 73 mila nel 1998; 70 mila nel 1995-96; 89 mila nel 2005-2006 e 141 mila nel 2015-2016. Rispetto alle madri sole, i padri soli hanno meno figli e più grandi di età.

Un ulteriore, importante elemento che caratterizza la condizione di genitore solo (sia donna, sia uomo) è la maggiore probabilità di sperimentare condizioni di disagio economico rispetto ad altre tipologie familiari (EIGE, 2016), mostrando altresì una maggiore dipendenza dai sistemi di welfare che si manifesta in una più lunga durata degli intervalli di fruizione dei sussidi assistenziali. Uno svantaggio che colpisce particolarmente le donne a causa di un complesso interagire di fattori: il non riconoscimento del lavoro domestico e familiare; la difficoltà di conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa; la segregazione occupazionale; l’assunzione, da parte delle politiche sociali, della dipendenza femminile nei confronti del partner maschile; la scarsità dei redditi femminili successivi alla vedovanza, alle separazioni o ai divorzi dovuta anche alle inadempienze e ai ritardi dei padri nel contribuire economicamente al mantenimento dell’ex coniuge. Secondo Istat (2018), la condizione economica delle madri sole italiane è critica: quelle in povertà assoluta raggiungono l’11,8% del totale; il 42,1% è a rischio di povertà o esclusione sociale, una quota che raggiunge il 58% nel Mezzogiorno dove il 66,7% delle madri sole dichiara risorse economiche scarse o insufficienti (contro il 52% delle residenti nel Centro-nord). Relativamente ai padri soli, sono da segnalare le crescenti difficoltà nel far fronte agli obblighi di mantenimento per ex moglie e figli. Non va qui dimenticato il problema connesso con gli alti costi degli affitti e la scarsità di alloggi popolari che può notevolmente incidere sulla qualità della loro vita.

Ciononostante, un numero crescente di riflessioni comincia a sottolineare anche qualche vantaggio connesso con la condizione di genitore solo, un orientamento che ci pare particolarmente necessario al fine di scardinare l’equazione tra famiglie monogenitore, povertà ed esclusione sociale. Ad esempio, la Single Parents Alliance of AmericaSPAOA (https://www.spaoa.org/blog/post/57151d2a840e7-positive-effects-of-single-parenting) ha evidenziato come l’assenza di uno dei genitori possa esercitare alcuni effetti positivi: consolidare i legami affettivi tra generazioni; incrementare il livello di maturità e responsabilità di figli/figlie e la loro resilienza, rendendoli più indipendenti. Inoltre, l’interagire con una famiglia “allargata” (il network di relazioni che la madre sola o il padre solo attiva per gestire le sfide quotidiane) allena i figli alla vita comunitaria e alla condivisione.

 


Questo intervento è stato tenuto in occasione dell’incontro presso il Municipio Tre di Milano l’11 aprile 2018 nell’ambito del progetto La famiglia a geometria variabile. Policy, Servizi e Progetti “

Riferimenti bibliografici

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Elisabetta Ruspini

Elisabetta Ruspini

Professore associato di Sociologia presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università degli Studi di Milano-Bicocca. Dal 2012 coordino la Sezione AIS-Associazione Italiana di Sociologia «Studi di Genere» e dal 2012 dirigo la Collana “Generi, Culture, Sessualità”, FrancoAngeli Editore. Dal 2013 faccio parte del Board ESA-European Sociological Association RN33 «Womens’ and Gender Studies», del Comitato scientifico dell’Osservatorio LGBT, Università degli Studi di Napoli Federico II e del Centro di Ricerca Interuniversitario “Culture di Genere”.
Tra i miei interessi scientifici: i processi di costruzione delle identità di genere; generazioni e avvicendamento generazionale; la diversificazione delle forme familiari; men and masculinities; men and gender equality; men and work-life balance; genere, generazioni e religione; il dialogo interreligioso; genere e turismo; turismo e peacebuilding; la sociologia del futuro. In campo metodologico: ricerca longitudinale e ricerca gender-sensitive. Su queste ed altre tematiche ho pubblicato svariati volumi e saggi su riviste nazionali ed internazionali. 

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